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SORPASSO GIALLO
Da uno studio inglese della Royal Society sarà la Cina la prima potenza mondiale per creatività teorica e tecnologica. Solo 15 anni fa rappresentava il 10% rispetto agli Stati Uniti. A cosa si deve il salto? Ai 100 miliardi di dollari investiti in ricerca, ma non solo.

L’Accademia delle scienze inglese ha concluso che già dal 2013 la produzione scientifica cinese potrebbe superare quella degli Stati Uniti e diventare la prima del mondo.

La creatività della Cina antica è proverbiale (insidiata solo dalla Penisola Arabica). I cinesi hanno inventato la polvere da sparo e i fuochi artificiali, la carta, la bussola, una scrittura antichissima, la porcellana e via elencando. Ma in materia di tecnologia sembravano più che altro capaci di copiare. Alla perfezione, ma pur sempre copiare.

Ma negli ultimi 15 anni qualche cosa di nuovo si è fatto strada. Dal rapporto si apprende che nel 1996 le pubblicazioni di scienziati americani su riviste di livello internazionale erano 296.513 contro le 25.474 degli scienziati cinesi. Ma mentre la produzione americana da lì in poi è cresciuta poco, quella cinese è esplosa. Nel 2008 la produzione Usa è stata di 316.317 lavori pubblicati (+8% in 12 anni) contro le 184.080 ricerche di Pechino!

Così stando le cose il sorpasso della Cina sugli Stati Uniti arriverebbe nel 2020, ma le proiezioni annunciano un graduale declino della produzione scientifica americana, nel qual caso caso già nel 2013 i cinesi vincerebbero la gara mondiale della produttività scientifica.

Dietro ai due, seguono Regno Unito, Germania, Corea del Sud, India, Francia, Giappone e Brasile. L'Italia, con i finanziamenti per la ricerca più bassi al mondo (1,14% del Pil) è al sesto posto per produzione scientifica con il 3,7% delle pubblicazioni citate in altri studi mondiali (questo è uno dei parametri che si considerano per valutare qualitativamente la scienza). Immaginate cosa potremmo fare solo se si ravvisasse l'opportunità di dare alla ricerca scientifica investimenti adeguati.

I motivi della corsa cinese sono innanzitutto economici (tanto quanto il continuo disinvestimento ha penalizzato il nostro Paese): dal 1996 a oggi la Cina ha aumentato del 20% all’anno gli investimenti in ricerca e ora è arrivata a 100 miliardi di dollari/anno. I risultati si misurano prima di tutto nel numero dei laureati in discipline scientifiche e in ingegneria che già nel 2006 avevano raggiunto il milione e mezzo l’anno.

Ma questa chiave di lettura non basta. I cinesi al lavoro nei laboratori americani – a parità di risorse – sono più bravi e il loro numero ha superato quello degli “autoctoni”.
 
Nell’ormai noto saggio Il ruggito della mamma tigre (di cui si è occupato anche MeglioPossibile), Annie Murphy Paul attribuiva il successo cinese al fatto che in quel Paese i genitori considerano i figli forti e pretendono assai più degli americani, ma a parte questa discutibile tesi è acclarato che in Cina esercizi mnemonici, ortografia, studio sistematico della matematica, delle scienze e della musica sono pietre angolari nella scuola dell’obbligo.

Quando questi ragazzi ben temprati arrivano all’università e poi nel mondo della ricerca, hanno una capacità di concentrarsi sull’obiettivo da raggiungere che manca ai giovani americani.
 
Specializzazione e disciplina sono la loro arma vincente.
 
Ora, senza scomodare le madri e le tigri, ogni lettore tra i 45-60 anni sarà in grado di riconoscere questa stessa disciplina nella “sua” scuola (musica a parte perché da quell’orecchio siamo sempre stati sordi, nonostante il linguaggio internazionale della musica sia – letteralmente – l’italiano)

Oltre a ciò, il futuro della ricerca di un Paese dipende dal libero accesso all’università, a cominciare da chi ha pochi mezzi ma è molto dotato. Negli Stati Uniti le università buone costano un occhio. Diplomano geni selezionati (pochi) e tagliano fuori talenti naturali e potenziali (molti).
 
Anche in questo caso, facendo le cose seriamente l’Italia sarebbe avvantaggiata. Rispetto alle anglosassoni, le università pubbliche italiane sono economicamente accessibili e il corpo docente di prim’ordine, se solo la “scuola” si rimettesse al passo. In Cina l’accesso è garantito e l’utenza demograficamente altissima.

Il Vecchio Continente, alle prese con un ripensamento generale, dovrebbe fare quello che una volta gli riusciva meglio: fare da crogiolo di culture diverse, filtrare il pensiero e i saperi, bilanciare fughe in avanti e regressioni. Purtroppo, proprio quello che stenta a fare – tradendo se stesso – davanti ai problemi e alle complessità che lo circondano da ogni lato.
 
 
IMMAGINE: La Mappa di Ricci. Secondo una leggenda, il padre gesuita Matteo Ricci, tra la fine del XVI secolo e l'inizio del XVII, pose la Cina al centro del mondo. In realtà, secondo gli studiosi, il centro della mappa è sull'Oceano Pacifico e il meridiano centrale cade a est del Giappone, lasciando Europa, Africa e Asia a sinistra (di chi guarda) e le Americhe a destra.
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