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IL CIGNO NERO
Cigni neri, cigni grigi, farfalle, sindrome delle Galapagos: sono le metafore animali chiamate in causa dalla catastrofe giapponese che ha messo in crisi le certezze della tecnologia e ridato voce alle divinità del caos.

«Cosa pensarono gli europei quando, giunti in Australia, videro dei cigni neri dopo aver creduto per secoli, supportati dall'evidenza, che tutti i cigni fossero bianchi? Un singolo evento è sufficiente a invalidare un convincimento frutto di un'esperienza millenaria. Ci ripetono che il futuro è prevedibile e i rischi controllabili, ma la storia non striscia, salta. I cigni neri sono eventi rari, di grandissimo impatto e prevedibili solo a posteriori, come l'invenzione della ruota, l'11 settembre, l’avvento dei social network…», e oggi il terremoto del Giappone. Così scrive nel suo libro il filosofo libanese Nassim Taleb*.

 
E ancora, il 29 dicembre 1979, il matematico statunitense Edward Lorenz presentò alla Conferenza annuale della American Association for the Advancement of Science, una relazione in cui ipotizzava come il battito delle ali di una farfalla in Brasile, a sèguito di una catena di eventi, potesse provocare una tromba d’aria nel Texas. L’insolita quanto suggestiva relazione, diede il nome al cosiddetto butterfly effect, l’effetto farfalla dell’esempio che fece. «È una secca giornata estiva. Un uomo passeggia in un bosco per godersi un po’ di fresco. Dopo aver fumato una sigaretta, getta il mozzicone in una piccola radura. Il mozzicone cade su un fazzoletto di carta gettato da un villeggiante (tanto la carta non inquina). Il fazzoletto prende fuoco e trova facile esca in un arbusto secco, ucciso da un coleottero. L’arbusto prende fuoco. Le fiamme si levano più alte. C’è un leggero venticello. Qualche scintilla e prende fuoco anche un arbusto lì vicino. Il fuoco, attizzato dal vento, si propaga ad altri tre alberi. Ognuno dei quattro alberi in fiamme ne incendia altri quattro: gli alberi in fiamme diventano 20, poi 100 e poco dopo tutto il bosco è in preda alle fiamme. Tutto questo per un piccolo parassita che ha ucciso un piccolo arbusto e per un mozzicone di sigaretta caduto su un fazzoletto usato». Da qui a una catastrofe climatica il passo è breve.
 
Nel 1950 Alan Turing** nel saggio Macchine calcolatrici e intelligenza, anticipava così l’effetto farfalla del futuro: «Lo spostamento di un singolo elettrone per un miliardesimo di centimetro, a un momento dato, potrebbe significare la differenza tra due avvenimenti molto diversi, come l'uccisione di un uomo un anno dopo, a causa di una valanga, o la sua salvezza».
 
Si potrebbe continuare all’infinito.
Per tornare a Taleb, «un Cigno Nero è un evento isolato e inaspettato (…) a bassissima probabilità, e altissimo potenziale di danno», mentre un Cigno Grigio è un Cigno Nero che in quanto tale è probabile si verifichi, ma i cui effetti devastanti sono ridotti grazie all'adozione di politiche e azioni di prevenzione.

Infatti, grazie all'impegno giapponese nel trovare le soluzioni capaci di limitare i danni o addirittura evitarli, il numero delle vittime del sisma, per quanto spaventoso (si parla ufficialmente di oltre ventimila vittime destinate a salire) è un bilancio contenuto, se si calcola la violenza del terremoto nella stessa Tokyo.

La maggior parte dei danni e dei morti è stato causato dal concorso tra la micidiale tsunami e la forma geografica di Sendai (territorio piatto e basso). Ma il cigno e la farfalla che si sono levati in volo non sono il terremoto o la grande onda, sono i vapori radioattivi di Fukushima.
 
La fame vorace di sviluppo e tecnologia ha spinto il Paese a dotarsi di 55 centrali nucleari anche se il Giappone dipende ancora per circa il 75% dal petrolio. Perciò il governo si accingeva a investire sulla costruzione di altre 40 centrali. Il Giappone ha una strategia energetica di lunga durata ma che comunque non basta, in quanto è un’isola fortemente urbanizzata ed energivora. Ed è proprio il concetto di “insulare” che potrebbe rafforzarsi davanti alla sconvolgente presa d’atto della propria vulnerabilità.

Questa tendenza era già in corso con fenomeni psicologici (gli hikikomori, adolescenti che si chiudono in camera rifiutando ogni contatto con la vita reale, ma dedicandosi solo alla virtualità dei videogiochi e del computer), ma soprattutto tecnologici. C’è anche una frase gergale per definire questa condizione: Effetto Galapagos.

Negli ultimi 20 anni le imprese di elettronica giapponesi hanno continuato a produrre innovazioni meravigliose, ma molte applicabili solo in ambiente giapponese. Da qui questa idea che il Giappone si stia evolvendo separatamente, come le iguane e le tartarughe delle isole Galapagos.

È calato il numero dei giovani giapponesi che scelgono di studiare o lavorare all’estero in una sorta di “fuga dei cervelli” al contrario che significa che sempre meno stanno imparando da esperienze, tecnologie o idee internazionali per privilegiare una cultura autoreferenziale, che il brusco stop energetico e le sue imprevedibili conseguenze potrebbero mettere gravemente in crisi. In particolare il nucleare - vecchio mostro della storia invano esorcizzato con il tentativo di addomesticarlo - si sta rivelando quanto mai ancora selvaggio.

Gli argomenti classici a sostegno delle centrali sono che non emettono CO2 e coprono (anche se ancora parzialmente) il gap energetico dovuto alla crisi del petrolio che la Libia sta acuendo insieme alla consapevolezza che costa sempre di più andarlo a cercare e che comunque finirà. Il terzo argomento è che sono sicure.
 
Tutti tre questi argomenti hanno i loro contestatori.
Primo, le analisi del ciclo di vita di una centrale nucleare (LCA) mostrano che le emissioni di CO2 e altri gas climalteranti sono presenti e verificati soprattutto durante la prima fase (estrazione, trasporto, costruzione delle pompe, sistemi elettronici, sistemi idraulici, spostamento terra, installazione impianti, ecc.). Tale argomento è simile a quello spesso usato contro il fotovoltaico che però è in continua evoluzione tecnologica su tempi assai più brevi. In più il destino del fotovoltaico è una rete diffusa mentre le Centrali, lo dice la parola stessa, costituiscono una realtà di enorme concentrazione economica, industriale e tecnologica.
 
Secondo, non esiste oggi un Paese al mondo possessore di centrali nucleari che sia stato capace di ridurre il gap energetico del petrolio. Cina, Giappone, USA, Francia ecc. ne sono un esempio. Tutti erano partiti con questa idea eppure dipendono ancora fortemente dall’oro nero e dal gas.

Le centrali nucleari attuali sono sicure? Rispetto a Chernobyl (dove per altro si partì da un errore umano, o almeno questa è la versione ufficiale) probabilmente sì, ma in realtà si è visto che non è così. La probabilità che un evento qualsiasi possa portarci a un disastro nucleare esiste ed è sempre alta in quanto un qualsiasi evento, pur essendo a bassissima probabilità, ha un potenziale di danno altissimo, protratto nel tempo ed estremamente costoso da tutti i punti di vista: umano, economico e ambientale.
 
L’analisi di cosa accadrà a Fukushima dal punto di vista della contaminazione è solo agli inizi. Basta pensare all’allarme sull’acqua. A questo proposito va ricordato che i reattori nucleari deveno essere raffreddati e questo si fa prima di tutto con l’acqua (i refrigeranti sono costosissimi e vanno bene per le emergenze come in questo caso). L’acqua dovrebbe essere priva di impurità e l’immissione di quella marina post-tsunami dimostra sia la disperazione che la condanna dell’impianto stesso.

Per capire meglio, si stima che un impianto da 1000 megawatt (la centrale italiana di Caorso era da 830 Megawatt) richiederebbe per il raffreddamento quasi un terzo dell’acqua che scorre nel Po a Torino.

I Cigni Neri possono comparire anche da noi (basta pensare all’eruzione del Vesuvio messa in conto dai geologi) e non hanno molte probabilità di mutarsi in Grigi. Meglio guardare con attenzione al brutto anatroccolo delle energie rinnovabili che alla fine si trasforma in un uccello regale, quello sì tutto bianco.
 
*  Taleb Nassim, Il cigno nero. Come l'improbabile governa la nostra vita, Il Saggiatore, 2008.
 
** Alan Turing (Londra 1912 Manchester 1954). È stato uno dei pionieri dello studio della logica dei computer così come la conosciamo oggi e il primo a interessarsi all'argomento dell’intelligenza artificiale.


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