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Le opportunità e le criticità dell’industria delle energie rinnovabili in Italia, viste da chi le produce. Incentivi, consenso, tecnologia i fattori chiave discussi con Carlo Durante, fondatore e amministratore delegato di Maestrale Green Energy. La società Maestrale Green Energy nasce nel 2005 con l’obiettivo di realizzare un importante operatore, focalizzato sulle energie rinnovabili e sull’eolico in particolare. Fondatore e amministratore delegato è Carlo Durante, manager con una lunga esperienza nella consulenza direzionale internazionale.
Maestrale Green Energy ha sviluppato, in Italia, un portafoglio con circa 500 MW diversificato geograficamente e composto da progetti a vari stadi di sviluppo e costruzione. Fa parte del gruppo francese Theolia, uno dei maggiori player europei nel campo delle energie rinnovabili, quotato alla Borsa Euronext di Parigi.

E’ possibile immaginare anche per l’Italia un futuro rinnovabile?
Certamente sì, anche se non siamo in grado di coglierne appieno le opportunità.
Alle condizioni attuali, infatti, mi riesce difficile pensare a una grande industria delle rinnovabili in Italia. Al momento vedo un’ imprenditorialità che cresce sparpagliata sul territorio e non particolarmente efficiente a fini energetici. In queste condizioni un grande sviluppo nel settore oggi l’Italia non può pensare di averlo.

Cosa impedisce oggi di cogliere questa opportunità?
Provo a spiegarlo in tre punti. Il primo nasce da una constatazione: come mai in Paesi come la Germania (ma anche la Spagna), dove l’installato è quasi dieci volte che in Italia e gli occupati nelle rinnovabili sono oramai più di quelli dell’automotoristica, la crescita è stata così elevata pur in presenza di tariffe che garantiscono rendimenti ben più bassi che da noi? 
Il secondo è solo apparentemente simile al primo: come mai in tutti gli altri Paesi europei sono nati operatori con una solidità tale da potersi, con successo, quotare sui mercati borsistici e creare valore per i propri azionisti, mentre in Italia i tentativi sono pochi, sostenuti da abbondante diversificazione, e non necessariamente di gran successo? Il terzo è un punto di sistema: come mai, soli in Europa, non riusciamo a riconoscere il ruolo delle rinnovabili nell’energia?

Parliamo anche di un ritardo culturale, di mentalità?
Sicuramente sì. In Italia le rinnovabili sono viste, spesso anche dal Governo e da Confindustria, come un settore parassitario, arroccato dietro la consolatoria tariffa incentivata, frenato in ogni modo da una burocrazia che, quasi inconsapevolmente, si difende dagli attacchi degli anti-rinnovabili di turno. Insomma, oggi nel settore diventano ricchi gli “sviluppatori” (chi autorizza i progetti), i fornitori ( che non siamo noi, ma danesi e tedeschi, per lo più), mentre il territorio si accontenta di deprimenti mance e il Paese è l’unico a non guadagnarci nulla. Occorre trasformare la partita delle rinnovabili spingendosi verso una visione radicalmente diversa i cui esiti si giocano oltre che sull’economia e la tecnologia anche sulla formazione e la cultura per generare consenso nella società.

Come dovrebbe evolvere l’industria delle rinnovabili, se sapessimo coglierne le opportunità?
Bisogna riconoscere che le rinnovabili stanno diventando un’industria matura, e pertanto s’impone una riflessione sulle tariffe incentivanti. In fondo, a pochi fa piacere avere una finta tariffa elevatissima se tanto il sistema non funziona, crea problemi di credibilità sul lato finanziario, genera sospetto perché visto come speculativo. Forse sarebbe meglio cominciare a immaginare un sistema che, ampliando il Consenso, remuneri meno, ma sia più certo e accettabile.
In sintesi, se trasformiamo il sistema da puro investimento (costoso) in termini di concessioni governative ad alto rendimento rilasciate a casaccio, in uno più “pianificabile” per le imprese e più coerente rispetto ai bisogni del Paese, riusciremo ad attrarre più risorse e a convertirle in efficienza e ricchezza.

Da dove si dovrebbe partire?
Ve lo ricordate il Pen, il Piano energetico nazionale? Forse non ci serve più, trattandosi di uno strumento per mercati non liberalizzati. Ma c’è qualcuno che pensa alla strategia delle fonti energetiche, o dobbiamo lasciare che ciascuno per suo conto si organizzi per farci arrivare il gas, il carbone e quant’altro ci occorre per produrre energia? Solo grazie all’Europa siamo costretti ad aderire a piani di ampio spettro; da noi l’assenza di un piano o di una strategia che individui almeno una “cornice” entro la quale muoversi, rende di fatto casuale qualunque risultato. Ma quanto comincia a costarci la mancanza di alternativa al petrolio? La sfida è rendere efficiente un nuovo mix di fonti, non potendoci più permettere il lusso di ritardare la transizione dall’economia del petrolio a quella delle rinnovabili.

Quale ruolo dovrebbero avere le istituzioni e le amministrazioni pubbliche?
E’ necessaria una concertazione territoriale capillare, una vera pianificazione concordata con le Regioni e con le grandi società infrastrutturali (come TERNA). Il risultato è dare un senso alle autorizzazioni: non più e solo procedimenti autorizzativi da medioevo, ma valutazioni di impatto economico (quelle di impatto ambientale sono il dito dietro al quale nascondersi) in grado di comprendere l’effettivo contributo di ciascun progetto al sistema energetico.

Quali obiettivi potrebbero essere raggiunti?
Se sapremo cogliere questa opportunità potremo abbattere del 40% il costo delle rinnovabili. Infatti, la loro diffusione può generare una riduzione dei costi stimata tra il 20-25%. E il costo delle procedure per le autorizzazioni oggi pesa fino al 10-15% sul costo! Sul fronte dell’occupazione, raggiungendo i livelli tecnologici di Spagna o Germania potremmo contare a breve su un volano di 80.000/100.000 posti di lavoro.

In sintesi: razionalizzazione economica e tecnologica, chiarezza del quadro normativo e informazione in particolare sul territorio?
Sarebbe una buona tabella di marcia.
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