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ANIMALI E RICERCA

SE LO SCARAFAGGIO FA 13

Categoria // Ricerca & Risorse, Flora & Fauna, Scienze

Con i suoi  tredici ventricoli, il cuore dello scarafaggio è un modello di robustezza e resistenza: l'ingegnere biomedico indiano Sujoy Guha ha messo a punto il primo cuore artificiale economico, ispirato proprio all’organo super-resistente dell’insetto. I primi test sulle capre sono incoraggianti e tra poco più di un anno potrebbe essere sperimentato sull’uomo. Ma lo scarafaggio ci dice anche che tempo fa o meglio, ha fatto…

SE LO SCARAFAGGIO FA 13

Le biotecnologie mediche e la ricerca scientifica hanno registrato un interessante successo presso l'Istituto indiano di tecnologia a Kharagpur dove l’ingegnere biomedico Sujoy Guha ha realizzato un cuore artificiale a basso costo ispirato alla fisiologia dello scarafaggio e lo ha testato con risultati incoraggianti sulle capre. Pertanto, essere una capra o una blatta potrebbe essere a breve un traguardo salvavita.

Il costo del dispositivo è stimato in duemilacinquecento dollari e cioè assai meno dei 50mila richiesti per un cuore artificiale di tipo tradizionale. Il gruppo di ricerca gode di finanziamenti governativi.

Anziché imitare il cuore umano, in cui è solo il ventricolo sinistro ad agire come una pompa, quello ispirato all’apparato cardiaco dello scarafaggio distribuisce il lavoro su cinque ventricoli e quindi non scarica l'intero lavoro su un unico elemento (che potrebbe essere sottoposto a un pericoloso stress).

In questo modo, secondo il dottor Guha, si evitano anche quegli improvvisi innalzamenti di pressione (picchi) che possono prodursi nei cuori artificiali di tipo tradizionale.

Questa eventualità, tra l’altro può, essere accompagnata dal rischio della formazione di trombi che impongono l'uso di farmaci anticoagulanti peggiorando la prognosi e complicando la vita dei pazienti.

Il prototipo del cuore a cinque ventricoli è in titanio e plastica, alimentato da batterie ricaricabili all'esterno dell'organismo. Tra cinque anni, se i test sull'uomo daranno risultati positivi, il nuovo organo artificiale realizzato grazie alle biotecnologie potrà essere messo in produzione.

Ancora una volta l’osservazione di una specie apparentemente ai margini della biodiversità si rivela preziosa per la ricerca scientifica anche dal punto di vista interdisciplinare.

Recentemente infatti gli scarafaggi sono entrati nella sfera di interesse degli scienziati che studiano i cambiamenti climatici. Fatta eccezione per le calotte polari questi insetti sono ovunque e per nutrirsi e riprodursi in modo ottimale hanno bisogno di condizioni climatiche ad hoc soprattutto per quanto riguarda temperatura e umidità dell’aria.

Agli inizi degli anni ’60, Russel Cope della Birmingham University ha dimostrato che gli scarafaggi sono più efficienti come indicatori climatici perfino dei pollini, i cui fossili sono fra quelli più utilizzati nelle ricerche paleo climatiche.

Infatti i poco apprezzati animaletti hanno abitudini nomadi: non sono legati indissolubilmente al territorio, ma sono in grado di abbandonarlo se non risponde più alle loro esigenze. Ovviamente questa possibilità è preclusa alle piante.

Il ciclo vitale dello scarafaggio è di un anno circa, un ciclo che copre quattro stagioni con una risposta veloce alle variazioni del clima. I residui fossili sono quindi presenti solo in caso di date condizioni ambientali favorevoli e ciò consente di ricostruire con grande precisione fattori come temperatura e umidità in epoche remote.
Con una conclusione: ci sopravviveranno.

Andrea Santillana

Pubblicato:

Giovedì, 15 Ottobre 2009

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