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CATTIVO ESEMPIO

Categoria // Ricerca & Risorse, Scienze

Uno studio di Legambiente sul territorio del milanese evidenzia come l’erosione degli spazi verdi non si fermi, anzi. La cementificazione della sede della futura Expo 2015 è un campanello d’allarme che ha valenza nazionale.

CATTIVO ESEMPIO

Emerge dal rapporto 2012 sui consumi di suolo elaborato dal centro di ricerca di Legambiente e dell’Istituto Nazionale di Urbanistica. A Milano in dieci anni, dal 1999 al 2009, è stata inarrestabile. In tutta l'area del comune, compresa la cintura extraurbana, il verde naturale e seminaturale (aree boschive, prati non coltivati, spazi aperti con arbusti) è diminuito del 43,4% passando dai quasi 489 ettari del '99 ai 277 attuali. Anche le aree agricole sono calate del 14%: dai 3.897 ettari di allora ai 3.428 di oggi. Eppure l’incremento demografico della popolazione è stato minimo: le famiglie milanesi sono aumentate solo dell'1%.

I dati sono stati ottenuti incrociando quelli contenuti nel database della Regione sull'uso dei terreni calcolando la differenza matematica tra i valori di allora e quelli di oggi. Ma il cambiamento si vede anche a occhio nudo facendo un’indagine cronologica su Google Earth. Dalle vedute aeree si apprezzano gli spazi dove il verde è stato "mangiato", come nell'area nord ovest in prossimità dell’ autostrada A4 o in alcuni punti del Parco Sud. Nell'intera provincia si è costruito l'equivalente di una città grande come mezza Milano: mentre i campi coltivati spariscono al ritmo di 20mila metri quadrati al giorno. Ogni dieci giorni si cancella un terreno da cui si ricavava il frumento necessario per 150 tonnellate di pane.

Secondo il rapporto di Legambiente nel resto della Lombardia vengono distrutti mediamente ogni giorno 130mila metri quadrati tra campi coltivati, boschi, prati pari a venti campi di calcio. Lo strumento del censimento sull'uso del suolo di cui ogni comune dovrebbe essere dotato prima prima di assumere decisioni sul territorio giace nei cassetti del Consiglio regionale da due anni sotto forma di proposta di legge di iniziativa popolare nonostante i consensi bipartisan.

Né sorte migliore hanno a onor del vero le regole vigenti: stando a Legambiente, sugli oltre 1.500 comuni della regione solo 178 hanno recepito l’articolo 43 bis della legge urbanistica regionale, che impone un onere maggiorato per le urbanizzazioni quando queste comportano consumo di suolo agricolo.

E anche Milano è tra i comuni che non hanno finora adempiuto a quest'obbligo.

Eppure, in un recente convegno in Triennale, Marisa Porrini, Preside della Facoltà di Agraria all’Università degli Studi di Milano, aveva affermato che la definizione tradizionale di agricoltura come «l’insieme delle attività rivolte allo sfruttamento delle risorse vegetali per produrre soprattutto beni alimentari» non si applica più alla realtà dei nostri giorni: oggi più che mai è chiara la dimensione globale del problema agro-alimentare e la sua centralità per il futuro del pianeta. Non si può infatti parlare di produzione agro-alimentare senza considerare i problemi complessi legati alla sicurezza e alla qualità dei prodotti, alla protezione e sostenibilità dell’ambiente e del territorio, all’efficienza energetica dei processi applicati, ma anche al rispetto della tipicità, delle tradizioni e culture locali e, infine, alla salute e al benessere del consumatore.

Anche Francesco Bertolini, Presidente Green Management Institute (Gmi) e docente dell'Università Bocconi, ha sottolineato nella stessa occasione come Gmi sia il punto di incontro tra il sistema delle imprese (l'impresa stessa è parte in causa del problema e quindi deve essere parte della soluzione) e i soggetti pubblici che dovrebbero definire le regole verso una società più sostenibile. Pensare a una sostenibilità che significhi equilibrio e chiusura del ciclo tra ciò che si preleva dall'ambiente e ciò che si immette è l'unica strada perseguibile per il pianeta. Per far questo sono necessari schemi concettuali nuovi e l'ambiente deve divenire il fulcro intorno al quale far girare le decisioni economiche.

Va ricordato infatti che il mercato del biologico in Italia ha raggiunto l’1% del mercato (e non è poco visto i volumi del comparto) e che la vicina Svizzera sta viaggiando verso l’8%. Una crescita tumultuosa che merita di veder tutelati operatori e produttori. Vale a dire le cascine lombarde.
Andrea Santillana

Pubblicato:

Martedì, 22 Maggio 2012

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