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LA NATURA ENTRA IN CARCERE: NELLO STATO DI WASHINGTON I DETENUTI AIUTANO LA RICERCA

Categoria // Green Practice

Il progetto SPP – Sustainability in prisons project, avviato da cinque anni, si propone di ridurre i costi ambientali ed economici delle carceri e di supportare il recupero dei detenuti.

Megliopossibile - La natura entra in carcere: a Washington i detenuti aiutano la ricerca
Megliopossibile - La natura entra in carcere: a Washington i detenuti aiutano la ricerca
I detenuti negli Stati Uniti sono 2,3 milioni. Il loro costo economico, ecologico e umano è molto elevato. Possono le prigioni risparmiare denaro e salvare l'ambiente, aiutando chi è recluso a cambiare vita? Cerca di dare una risposta affermativa a questa domanda un virtuoso e innovativo progetto messo in campo nello Stato di Washington dal Dipartimento di Correzione di Stato, in collaborazione con l'Evergreen State College.

L'iniziativa - che affonda le sue radici nei primi anni del duemila - si propone di ridurre i costi di gestione e di impatto ambientale delle strutture penitenziarie, promuovendo all'interno della comunità carceraria percorsi incentrati sulla natura, sulla conservazione della biodiversità e sulla sostenibilità. Un progetto importante se si considera che il Dipartimento di Stato di Washington conta ben 12 carceri e più di 17 mila detenuti: una spesa per i contribuenti di più di un miliardo di dollari all'anno che attinge ampiamente alle risorse naturali del territorio.

"Galeotto" fu il muschio
L'idea è nata nel 2004 dall'incontro tra una professoressa dell'Evergreen College, l'ecologa forestale Nalini Nadkarni, e Dan Pacholke, l'allora soprintendente del Cedar Creek Corrections Center. Un incontro fortunato che ha dato il via a una collaborazione tra l'Università e il carcere con la realizzazione del progetto "The Moss in Prison Project", letteralmente "il progetto del muschio in prigione". Il programma ha visto lavorare gomito a gomito, all'interno di un ambiente controllato come il carcere, gli studenti del college e i detenuti al fine di determinare quali specie di muschio potessero essere coltivate per ridurre la "pressione di raccolta" (richiesta dall'orticoltura) nelle foreste vetuste, habitat delicati che possono richiedere diversi decenni per ricostruirsi. Oltre a creare nuove prospettive per la ricerca scientifica, obiettivo non secondario era quello di fornire nuovi stimoli ai detenuti, quasi completamente estranei al contatto con la natura. Il progetto ha dato frutti molto positivi (anche in ambito scientifico) e ha stimolato i due organizzatori a invitare altri scienziati ed esperti di sostenibilità, organizzando conferenze e corsi di formazione sulla bioedilizia, sulle energie rinnovabili, ma anche sull'idrologia, sull'ecologia della fauna selvatica e sul giardinaggio biologico.

I risultati del progetto pilota
Dai corsi di formazione sono nati ulteriori progetti, portati avanti dal personale delle carceri e dai detenuti, che hanno generato vantaggi sia a livello economico che dal punto di vista umano e sociale, come si legge sul sito del progetto (per saperne di più, clicca qui!).
Sono stati per esempio realizzati una serra e un orto biologico all'interno del penitenziario che consentono un risparmio stimato annuo di circa 17 mila dollari (considerando ortaggi e vantaggi per la salute); è stato avviato un progetto di compostaggio - che sottrae alla discarica più di 2000 kg di rifiuti alimentari, evitando così una spesa di 3 mila dollari l'anno - e di riciclo di carta e cartone, con un risparmio annuale di 12 mila dollari; grazie all'apicoltura, infine, si è iniziato a produrre miele e creme per le mani alla cera d'api che vengono vendute. Contemporaneamente, queste attività hanno portato alcuni detenuti a perseguire gli obiettivi professionali e didattici suggeriti in carcere anche dopo il rilascio. C'è chi ha cominciato a lavorare in un vivaio di piante o chi si è iscritto a un corso di studi sull'orticoltura. In particolare, un detenuto (ora tornato libero) - coautore con la dott.ssa Nadkarni di un articolo scientifico per una rivista internazionale di sostenibilità - sta attualmente portando avanti un dottorato di ricerca in biochimica presso l'Università del Nevada.

L'espansione in tutto lo Stato
I successi di questo progetto pilota hanno portato nel 2008 alla formalizzazione del Sustainability in prisons project (SPP) e alla sua diffusione in altri penitenziari dello Stato. Adesso, giunto al suo quinto compleanno, il progetto vede i suoi programmi attuati in tutte e dodici le prigioni dello Stato, con un vastissimo panorama di attività anche all'interno di interessanti progetti di ricerca. Ne sono un esempio quello sulla reintroduzione delle farfalle Checkerspot di Taylor in via d'estinzione (tra l'altro sono state le detenute del Mission Creek Corrections Center for Women a scoprire quali fossero le piante che originariamente venivano usate da questi lepidotteri per la deposizione delle uova e a raccogliere informazioni utili per la tutela "combinata" di piante e farfalle) ma anche quello sul ripopolamento della rana maculata dell'Oregon, anch'essa considerata specie ad alto rischio, o sulla conservazione delle piante autoctone della prateria.

Operazioni sostenibili e una cultura più produttiva e positiva nelle carceri – si legge sul sito del Sustainability in prisons project - hanno permesso di risparmiare 4,3 milioni di dollari ogni anno. Un progetto diventato una best practice a cui ispirarsi che porta vantaggi a tutti gli attori in gioco, come sottolinea Carri LeRoy, co-direttrice del progetto SPP. In primis, ai detenuti e alle carceri che risparmiano e vedono calare i tassi di recidiva e la violenza all'interno delle loro mura; ma anche agli studenti appena laureati che ottengono esperienza di gestione di un progetto vero e proprio e agli studiosi che imparano come tutelare meglio le specie minacciate.

Guarda il video!

Per approfondire, sustainabilityinprisons.org


Sara Occhipinti

Pubblicato:

Mercoledì, 04 Settembre 2013

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