ORTI URBANI

LA VERDURA SI COLTIVA IN CITTÀ: RAPP-ORTO

Categoria // Focus

Un' esperienza sul campo di "sociologia degli orti", tra anziani pensionati e nuovi adepti. Perché coltivare la terra negli orti urbani sta diventando più che un hobby: è una risorsa per socializzare, risparmiare e – perché no - vedere la vita con occhi diversi.

LA VERDURA SI COLTIVA IN CITTÀ: RAPP-ORTO

Le metropoli italiane sono un pullulare di orti, si sa. Fagiolini, pomodori, patate vengono coltivati a due passi dai grandi viali urbani, del traffico cittadino e dalle ciminiere sempre meno fumanti delle fabbriche. E questo piccolo mondo disegna una società poco conosciuta, fatta di riti, rapporti e liturgie popolari che a Torino, Miraorti (miraorti.com), finanziato da alcune fondazioni torinesi e coordinato dal paesaggista Stefano Olivari, ha voluto mettere sotto la lente di ingrandimento.

LA RICERCA DI MIRAORTI
È particolarmente interessante l'analisi sociologica che si può ricavare dai risultati dei questionari che il team di ricercatori sociali di Miraorti ha distribuito a tutti gli ortolani per misurarne il grado di disponibilità a passare dallo status di "abusivo" a quello di "affittuario regolarizzato": si tenga conto che per affitto si intende un canone annuale che non supererebbe i 150-180 euro, inclusa la fornitura di servizi fondamentali quali l'erogazione dell'acqua.
"Per riuscire a intercettare tutti gli ortolani (o quasi) abbiamo svolto un lavoro enorme, dato che ognuno si reca nell'area a orari diversi; i suoni e i rumori flebili, assieme alle recinzioni, ostacolano la percezione delle presenze e la geografia del territorio è particolarmente confusa. Non è così scontato distinguere l'entrata e i confini di un orto per individuare e marcare dei punti di orientamento in un'area così vasta ed complicata".

LE DIFFIDENZE
Per i ricercatori i primi giorni di interviste sono stati parecchio complicati, tra chi non voleva nemmeno stare a sentire e minacciava di cacciarli in malo modo e la maggior parte moderata e più ragionevole che li invitava, comunque a non ripresentarsi più. "Quando hanno capito che Miraorti non veniva a occupare, ma che, anzi, si spendeva proprio per modificare il progetto iniziale della città che prevedeva l'eliminazione di un lotto di campi, la situazione è cambiata come per magia. La scarsa accoglienza iniziale della comunità si spiega anche con l'abitudine a sentir parlare di progetti e riforme mai realizzate. In quasi quarant'anni infatti si sono susseguiti sondaggi simili a quelli di Miraorti, voci e proposte di risistemazione dell'area, ma, alla fine, nessuno ha mosso un dito, salvi qualche breve parentesi in periodi elettorali.

GLI ANNI OTTANTA, ALLA CONQUISTA DEI TERRENI
Negli anni Ottanta, l'allora sindaco Diego Novelli pareva aver legittimato a parole la "conquista" dei terreni da parte degli ortolani mentre altri reclamano il diritto di usucapione (che però va riconosciuto da un giudice). Qualche precedente favorevole pare esistere. Come quello di cui siamo venuti a conoscenza grazie ad una lunga chiacchierata con un ortolano molto ben informato che cita un precedente a Milano: "Contando gli anelli dei tronchi dei suoi alberi, un mio collega milanese ha dimostrato di stare su quel terreno da trent'anni...Io sto facendo crescere apposta quest'albero...". A Torino invece il precedente è stato il progetto "Bela Rosin", un lotto di giardini in zona Mirafiori che è stato regolamentato pochi anni fa ma solo per cinque anni o a tempo determinato, dopo che uno si è fatto un mazzo per renderli fertili. Le obiezioni principali sono che non si possono far crescere per tempo alberi ad alto fusto, al terreno non è stata fatta una vera e propria bonifica ma è stata solo aggiunta della terra nuova e il divertimento e la creatività sono state troppo vincolate.

CONCESSIONI A TEMPO INDETERMINATO
Miraorti, al contrario, si propone di conservare i confini attuali e prevede una concessione a tempo indeterminato per scongiurare questo tipo di conflittualità.
Esplorando il microcosmo degli orti abusivi, si ha la possibilità di recuperare anche pezzi importanti della storia dell'emigrazione meridionale a Torino e in Piemonte. Tutti gli ortolani dalla cinquantina d'anni in su hanno da raccontare storie personali sempre interessanti sui sacrifici, i disagi, i compromessi, i drammi patiti per cercare fortuna al Nord partendo da Calabria, Puglia, Sicilia e qualche volta dal Veneto (di torinesi o piemontesi doc ne abbiamo incontrati solo tre). Rispetto alle nuove generazioni hanno visto con i propri occhi la campagna trasformarsi in città. Trenta o quarant'anni fa, in vie e zone oggi trafficatissime, soffocate dal cemento o ad alta concentrazione commerciale pascolavano mucche e pecore. Bisognava sopravvivere invece di studiare e infatti le il livello medio di istruzione dei coltivatori di orti campo è decisamente basso (si arriva, al massimo, alla terza media) ed è stato migliorato solo grazie all'arrivo dei nuovi immigrati di origine straniera. La ruota di chi abbandona il paese in cerca di fortuna gira...

LA COLTIVAZIONE CONTRO IL DISAGIO SOCIALE
Poi, ci sono le storie legate al presente, perché in ogni famiglia, anche a causa della crisi, esistono sacche di disagio disagio: la coltivazione serve anche a distrarre dai problemi familiari propri e dei più giovani. E' bello vedere in ogni caso tutte queste persone, uomini ma anche qualche donna, coi capelli bianchi, ma anche con quell'abbronzatura che certifica la disponibilità a zappare, irrigare, concimare, pulire, raccogliere i frutti del proprio lavoro anche col caldo e nei week-end. E' un modo di assecondare le propria passione e la volontà di una nuova vita dopo la pensione, respirando l'atmosfera della comunità rurale di origine e godendosi la soddisfazione di aver creato vita, seguendo e gestendo con cura le proprie risorse in ogni fase di sviluppo.

LE AMICIZIE? POCHE, SIAMO IN CITTA'
Solo in certi casi si saldano delle buone amicizie. Per lo più i rapporti rimangono superficiali, ammettono gli ortolani "anche perché siamo davvero tanti; ci salutiamo da vent'anni senza magari conoscere i nostri nomi e approfondire le chiacchierate per concentrare tutte le attenzioni sui terreni e i prodotti. Nei week end, però, all'interno di molti orti si imbandiscono lunghe tavolate di parenti e amici e si fanno delle grandi mangiate!" sottolinea uno dei tanti signori sulla sessantina che abbiamo incontrato nelle nostre speciali vacanze.

SCONGIURARE LA CANCELLAZIONE DEGLI ORTI
Il progetto è stato sviluppato per scongiurare la cancellazione di una fetta di orti, come era stato deliberato da Città e Provincia di Torino, ma non solo. "Abbiamo concertato con l'amministrazione pubblica la possibilità di evitare che decine di ortolani, quasi tutti pensionati, fossero privati della loro migliore opportunità per l'impiego del tempo libero – ci spiega Olivari– inoltre anche noi abbiano un interesse diretto, visto che da alcuni anni, accordandoci con altri ortolani, abbiamo preso in prestito alcuni orticelli da far usare alle scolaresche. Nel parco agricolo che sarà sviluppato nei prossimi anni ogni orticultore dovrà necessariamente mettersi in regola tramite la concessione che sarà proposta dalla città pagando un canone annuale che, oltre all'affitto del terreno, comprenderà la fornitura di servizi primari come l'erogazione dell'acqua". La concessione dovrebbe essere a tempo indeterminato, suggerisce Miraorti, per non vanificare il lavoro di anni degli abitanti dell'area. Tutto questo serve a soddisfare il macro-obiettivo del progetto che è quello di restituire all'intera cittadinanza un parco gradevole, decoroso, calpestabile da chiunque, con lunghe piste ciclabili, a misura di bimbo, adatto a passeggiate in famiglia, in cui poter svolgere anche attività culturali e didattiche coinvolgendo anche le scolaresche.

FUNZIONE DI SUSSISTENZA
In tempo di recessione e disoccupazione, coi figli precari e le pensioni rosicchiate, non pochi ortolani hanno rimarcato la funzione di sussistenza dei loro terreni: "nessuno si può permettere di toglierci la terra! I prodotti che coltiviamo con la nostra fatica e le nostre forze sono sempre più importanti per la nostra sopravvivenza" è la convinzione generale.
"Proprio in tempo di crisi – ribadisce Stefano Olivari di Miraorti - è ancor più necessario che le risorse locali siano condivise dalla cittadinanza intera. Anche i giardini-orti abusivi di Mirafiori devono acquisire un' utilità pubblica e per questo saranno regolarizzati all'interno del progetto di parco agricolo che è stato concertato con le amministrazioni. Cercheremo di evitare conflittualità e malcontenti all'interno della comunità degli ortolani, ma quest'ultima, dal canto suo, si dovrà abituare alle regole di convivenza, di ordine, di pulizia, di rispetto ambientale. Del resto, questo territorio appartiene alla città e a tutti noi e non è giusto che continui ad essere gestito secondo gli interessi di pochi, senza dover rispondere a leggi di pubblica utilità."

NELLE CITTA' DI TUTT'ITALIA
Ma situazioni simili esistono in moltissime città italiane. L'orto, tra l'altro, sta diventando la nuova frontiera dell'ospitalità alberghiera per tutti i gusti e tutte le tasche. Dalla Toscana all'Alto Adige e al Veneto, dalla Lombardia alla Campania, dalle Marche alla Sardegna per limitarci all'Italia sono sempre di più gli hotel e i resort che coltivano frutta e verdura per i loro clienti e organizzano con loro laboratori e seminare per insegnare la preziosa arte di far produrre alla terra cibo di qualità.

A MILANO
Del resto, le periferie di ogni grande città d'Italia, già a partire dagli anni Sessanta sono state conquistate dalle coltivazioni spontanee degli abitanti (per esempio i pensionati milanesi), alcune regolamentate dalle amministrazioni, altre abusive, ma quasi sempre abbastanza tollerate.

E proprio a Milano, dove l'amministrazione sta regolamentando gli orti sul Naviglio Grande, l'associazione La Cordata ha lanciato una "chiamata alle zappe" inaugurando la prima Ortofficina della città. Venti metri quadrati di terra su cui si svolgeranno laboratori didattici per imparare a coltivare utilizzando materiale di seconda mano anche in piccoli spazi come terrazze e giardinetti condominiali. Con moduli di legno recuperati dai cantieri (tanti) e altro materiale riciclato La Cordata si appresta a usare la terra (poca) a disposizione dei milanes per allestire l'orto che un gruppo di persone curerà nel tempo anche grazie agli insegnamenti di un agronomo che spiegherà a grandi e piccini le tecniche agricole più adatte. I prodotti verranno poi divisi tra tutti i partecipanti.

A ROMA
La nostra capitale, Roma, risulta essere addirittura il più grande comune agricolo d'Europa, con oltre 51mila ettari di superficie coltivata, pari al 40% del territorio dove nel quartiere popolare della Garbatella, sono stati da poco inaugurati bellissimi orti regolamentati.

TORNIAMO A TORINO
A Torino, dove siamo andati noi, il progetto Miraorti riguarda un'area che da oltre trent'anni ospita quasi a ridosso delle rive del Sangone, uno dei più grossi torrenti cittadini ben 240 orti, anche se mai "riconosciuti" ufficialmente dall'amministrazione comunale. Avventurarsi in quest'area significa lasciarsi alle spalle, un po' alla volta, i rumori, i fumi, i ritmi frenetici, il grigiore monotematico della città. Si entra in un regno dai contorni accidentati e un po' confusi, ma immerso in un inconsueto silenzio in cui i suoni leggeri della natura, gli scalpiccii di minuscoli abitanti, i frammenti delle voci dei coltivatori si possono rivelare come rassicuranti sorprese.
Sfidando caldo, pioggia, vento, zanzare, fatica ed età anagrafica, c'è chi, imperterrito, anche da oltre trent'anni, da primavera ad ottobre, si reca quotidianamente nell'orto conquistato per mantenerlo fertile e far crescere ortaggi, frutta, compresi vigneti, fiori e piante ornamentali. Una soddisfazione personale, un modo per passare il tempo intelligentemente evitando televisione e bar), di ritornare alle origini, di fare amicizia con persone che condividono la stessa passione e con la garanzia di portarsi a tavola prodotti sani. O forse "quasi" sani dato che l'acqua è un altro cruccio per i coltivatori urbani. La maggior parte la raccoglie in cisterne recuperandola con dalle piogge, dalle fontanelle pubbliche o portandola da casa. Altri, invece, hanno creato dei pozzetti da cui, tramite pompe a pressione, tirano su l'acqua dei canali delle fogne bianche che passano sotto il terreno dei loro orti, ma non possono certo essere definite potabili.

ETA' MEDIA AVANZATA
Alcuni campi sono tenuti egregiamente, altri un po' meno, altri ancora appaiono abbandonati. D'altronde, l'età media della comunità (prevalentemente maschile) è elevata, un nutrito gruppo supera addirittura gli ottanta, il più anziano che abbiamo incontrato è del 1928! Solo recentemente la media si abbassata, non solo per la trasmissione ereditaria dei terreni, ma anche per l'arrivo di famiglie d'immigrati giovani, quasi tutte originarie dell'Est Europa. Sfidando il proprio orologio biologico, c'è anche chi riesce a curare più di un terreno, alcuni ne possiedono tre o quattro...Ovviamente tutti gli orti hanno un'estensione e dei confini differenti che si sono consolidati negli anni: in rapporto alle proprie forze ed alla disponibilità di tempo, alcuni si accontentano di un piccolo appezzamento rinunciando a qualsiasi velleità in termini produttivi, ma prendendolo semplicemente come passatempo e sfogo alla propria passione per la terra. Altri, invece sembrano far sul serio, vantando confini estesi e più campi sparsi sui cinque ettari dell'area.

E C'E' CHI NE FA UNLAVORO
Un signore, molto attivo a dispetto dell'età e degli acciacchi, ci ha confessato che qui dentro ha trovato un nuovo lavoro dato che viene pagato per curare terreni che alcuni ortolani non riescono a seguire con costanza, lasciano per le vacanze estive o non sanno precisamente come coltivare. D'altronde, l'incidenza di malanni ed infortuni è proporzionale all'età media particolarmente elevata, pertanto ritorna utile la figura di un "jolly" che si prenda cura dei campi temporaneamente abbandonati. Altri usano le superfici come deposito e magazzino per accumulare ferro, legno, mobili e altri materiali da rivendere. Dai tre ai cinque furgoncini fanno su e giù per tutta l'area "facendo affari" con gli stessi ortolani che magari necessitano di alcuni pezzi e strumenti per gli orti o per le vasche dell'acqua piovana.

IL DEGRADO NON MANCA
Tirando le somme, di una ripulita ci sarebbe proprio bisogno. Non solo le stradine sono faticosamente percorribili, ma la vegetazione stessa è, a dir poco, disordinata e confusa. Troppe zone sono abbandonate al degrado, mentre la successione di recinti è un mix di materiali eterogenei, rattoppi, casualità, invenzioni e soluzioni pratiche che non hanno mai preso in considerazione neanche il più banale criterio estetico.
Chi ha innalzato reti e porte d'accesso in modo efficace e dignitoso, chi ha badato solo all'aspetto pratico e chi ha adottato soluzioni grezze e approssimative. Una stretta minoranza conserva ancora strutture in pericoloso amianto, mentre quasi tutti, per la coltivazione, cercano di limitarsi all'uso di sostanze naturali. Un sistema di irrigazione condiviso farebbe sparire anche le centinaia di cisterne che attirano eserciti di insopportabili zanzare. Una regolamentazione, infine, potrebbe garantire maggiore sicurezza: per far diminuire i furti, gli scarichi di rifiuti e le intrusioni, ma anche per verificare cosa succede all'interno di ogni "proprietà".

Anche questa è sociologia degli orti.

www.miraorti.com
www.lacordata.it


Berti Ferri

Pubblicato:

Venerdì, 05 Ottobre 2012

Condividi:

blog comments powered by Disqus