SOCIETÀ SOSTENIBILE

PER COMPETENZA

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Scienziati sotto accusa, giornalisti sotto accusa, insegnanti sotto accusa. Per una ragione o per l'altra la "competenza" degli operatori nelle discipline più diverse è continuamente discussa. Ma cos'è questa famosa competenza? Definirla non è facile, ma i fatti recenti ci dicono che è indispensabile per vivere in una società sostenibile.

PER COMPETENZA

La condanna degli scienziati della Commissione grandi rischi e la nuova disciplina in materia di stampa e informazione (non solo cartacea, ma anche via web) stanno accendendo gli animi, e a buon diritto.

Nell'attesa di conoscere le motivazioni della sentenza de L'Aquila e l'effettiva formulazione dei provvedimenti che verranno adottati con la "legge Sallusti", vale la pena di fare qualche considerazione, perché le due vicende sono in un certo qual modo riconducibili a un problema fondamentale che riguarda tutti noi e cioè: quanto contano la serietà e l'autorevolezza guadagnate sul campo e quanto conta la soddisfazione spicciola del bisogno di essere rassicurati, blanditi e sedati davanti alla durezza della realtà?

Nel caso della Commissione grandi rischi le prime indiscrezioni inducono a pensare che la sentenza punisca la facilità con cui gli scienziati assecondarono le esigenze mediatiche dell'allora capo della protezione civile Bertolaso (intercettato dalla procura di Firenze per le vicende del G8).

Se è vero che i terremoti non si possono prevedere, è anche vero che non si possono escludere, ma la priorità della rassicurazione a tutti i costi pare abbia portato a concordare versioni in cui le tante scosse avvertite erano una sorta di sfogo che minimizzava il pericolo di un evento sismico fatale. Così non fu. La "competenza" degli scienziati avrebbe dovuto trattenerli sull'orlo della compiacenza, mentre i mezzi di comunicazione avrebbero dovuto evitare pressioni e sensazionalismi di segno opposto che nulla avevano a che vedere con una corretta tutela della popolazione. Vedremo se il sisma del Pollino di questa notte sarà gestito con più trasparenza.

Lo stesso dicasi per il caso Sallusti (in breve, è stato ritenuto responsabile di diffamazione in quanto direttore di articoli anonimi pubblicati nel 2007 da Il Giornale, dove si invocava la morte del giudice tutelare Giuseppe Cocilovo cui si addebitava di aver ordinato a una tredicenne di abortire, portandola alla follia). Le motivazioni della sentenza di condanna pronunciata dalla Cassazione il 26 settembre scorso parlano di «spiccata capacità a delinquere» e motivano abbondantemente l'affermazione.

Ora, per quelle coincidenze che fanno correre un brivido lungo la schiena, il 26 settembre era anche l'anniversario (24 anni) dell'omicidio di Mauro Rostagno, sociologo e giornalista assassinato per avere denunciato il malaffare e le collusioni tra mafia e politica. Per quel fatto c'è un processo, a Trapani, di cui poco o niente si parla o si scrive. Le udienze vanno avanti da quasi due anni contro Vito Mazzara e Vincenzo Virga, due dei presunti assassini, già in carcere per altri efferati delitti di stampo mafioso.

RIMEDIO PEGGIORE DEL MALE?
Sull'onda della condanna di Alessandro Sallusti  - evento assai mediatico - si sta cercando di confezionare in fretta e furia una legge che, con lo scopo apparente di tutelare il diritto (sacrosanto) alla propria reputazione troppo spesso messa in discussione dai media per faciloneria e sensazionalismo, di fatto contiene alcuni provvedimenti che rischiano di ammazzare il giornalismo d'inchiesta cartaceo e online.

Per essere neutrali al massimo (ci torneremo sopra quando il testo sarà approvato perché riguarda anche noi) ecco il commento non certo fazioso dell'Istituto Bruno Leoni (nato nel 2003 sul modello dei think tank anglosassoni è ispirato alle idee del filosofo, politologo e giurista in materia di modello liberista e antistatalista della società. Vi aderiscono personalità della cultura, dell'università e dell'economia italiane).

Il comunicato dell'IBL esprime viva preoccupazione per il contenuto del Ddl Diffamazione. Secondo Alberto Mingardi, Direttore Generale dell'Istituto «sono evidenti le ragioni che consigliano di procedere speditamente nella revisione della disciplina in tema di diffamazione, ma tale esigenza non giustifica un intervento sbrigativo e destinato a creare più problemi di quanti non ne risolva. Ai sensi dell'art. 3 del testo licenziato dalla Commissione Giustizia del Senato, "l'interessato può chiedere ai siti internet e ai motori di ricerca l'eliminazione dei contenuti diffamatori o dei dati personali (sic) trattati in violazione della presente legge».

Sempre secondo Mingardi, «si istituirebbe così un obbligo di rimozione a semplice richiesta dell'interessato, senza preventivo controllo giurisdizionale. Preoccupa, in particolare, l'estensione della norma ai motori di ricerca: da un lato inefficace, perché solo il sito che abbia pubblicato il contenuto diffamatorio potrà effettivamente eliminarlo; dall'altro illegittima, perché in aperto contrasto con la normativa comunitaria sulla responsabilità degli intermediari».

«La fretta - conclude Mingardi - è cattiva consigliera: meglio farebbe il legislatore a intervenire oggi sul solo profilo della pena detentiva ancora prevista per la diffamazione, riservando ulteriori deliberazioni a un esame più approfondito della materia».

Di norme assurde e pericolose per le notizie scrive anche Luigi Ferrarella (Corriere della sera del 24 ottobre): «Farà la felicità dei giornali che mettono a bilancio aziendale la diffamazione commissionata dal padrone, e nel contempo ridurrà a "giapponesi" nella giungla i giornalisti che si ostineranno a scrivere verità sgradite a chi se ne senta offeso», esordisce il collega e conclude: «È surreale per l'hellzapoppin che prefigura, con editori che falliscono nel giro di qualche settimana (la norma accolla agli editori di un libro l'obbligo di svenarsi finanziariamente per pubblicare a loro spese, su due quotidiani nazionali indicati dall'offeso, la rettifica a qualcosa scritto nel volume, senza limiti di lunghezza, n.d.r.) e giornali fatti non più di notizie ma di lenzuolate di rettifiche somministrate a lettori che nemmeno conoscono i libri (e gli articoli, n.d.r.) a cui si riferiscono. Ma in fondo è anche incoraggiante: una legge zeppa di sciocchezze simili c'è da sperare non possa mai essere davvero approvata».

Questo lo vedremo in pochi giorni (queste ultime ore non inducono all'ottimismo) ma l'approccio arrembante e incompetente resta.

Abbiamo citato le due vicende per sottolineare come il ruolo di "informatori" interagisca con la vita dei cittadini e con il loro diritto alla conoscenza.
Torniamo allora al quesito iniziale: cosa è la competenza da cui discendono l'autorevolezza di chi parla e la comprensione di chi ascolta? Qual è il filo di Arianna che abbiamo perduto?


COMPETENTI IN COMPETENZA
So di non sapere, diceva Socrate, però continuava a provarci. Cercare di dare una definizione univoca del concetto di competenza è molto difficile poiché di questa nozione esistono molteplici definizioni e categorizzazioni, dipendenti dalla disciplina cui si fa riferimento (linguistica, psicologia, scienze dell'educazione, gestione delle risorse umane), oppure dal contesto e dalla cultura in cui viene utilizzata (vi è per esempio una specifica differenza di utilizzo della nozione di competenza nella cultura anglosassone e in quella francofona).

Possiamo per intanto dire che il termine "competenza" deriva dal verbo latino competere, (da cum e petere "chiedere, dirigersi a" che significa andare insieme, far convergere in un medesimo punto, mirare a un obiettivo comune, nonché finire insieme, incontrarsi, corrispondere, coincidere e gareggiare). Come a dire, vivere è competere.

Il significato dell'aggettivo competente, riferito a colui che ha autorità in un certo ambito, deriva dal diritto romano (dal latino competens-entis) e ancora oggi nel diritto lo ritroviamo. Sta a indicare la qualità di un individuo che è responsabile, autorizzato, qualificato e quindi abilitato.

Inoltre, secondo il Dizionario etimologico della lingua italiana di Cortellazzo e Zolli (1994), competente significa essere conveniente, congruo e appropriato.

Competente è dunque chi agisce in maniera volutamente responsabile, secondo criteri relativi (quindi adattabili a esigenze illimitate) e variabili, nonché socialmente e politicamente riconosciuti sia in termini di una prestazione tecnicamente valida che eticamente corretta e coerente con i valori di un gruppo (professionale).

Da quanto detto è evidente che le definizioni di questo sfuggente concetto non potranno mai essere comprensive di ogni sfaccettatura del termine. Come detto, non è possibile essere esaustivi rispetto alle diverse definizioni di questo termine (una ricerca del 2005 ne ha evidenziate almeno una trentina) ma, nell'ambito delle scienze della formazione o della gestione delle risorse umane, è data grande importanza alla contestualizzazione, ovvero al fatto che una competenza è tale se attivata in un contesto specifico.

PAESE CHE VAI, COMPETENZA CHE TROVI
Esiste un approccio francese alla competenza con Guy Le Boterf, ma anche un approccio anglosassone, uno arabo e via dicendo.

Guy Le Boterf ritiene la competenza «un insieme, riconosciuto e provato, delle rappresentazioni, conoscenze, capacità e comportamenti mobilizzati e combinati in maniera pertinente in un contesto dato».

Rosario Drago, dirigente di istituti scolastici superiori, consulente senior del CUOA (Centro delle Università del Veneto per l'Organizzazione Aziendale) e autore per l'Ocse della stesura del rapporto italiano sulla condizione degli insegnanti definisce che «la competenza è essenzialmente ciò che una persona dimostra di saper fare (anche intellettualmente) in modo efficace, in relazione a un determinato obiettivo, compito o attività in un determinato ambito disciplinare o professionale. Il risultato dimostrabile e osservabile di questo comportamento competente è la prestazione o la performance» (La nuova maturità, Edizioni Erickson).

Nell'approccio americano col termine competenza si indica ogni caratteristica personale che (di solito combinata assieme ad altre) permette lo svolgimento eccellente di una specifica mansione in una determinata impresa.
Possono per esempio essere considerate competenze conoscenze, capacità trasversali, capacità tecniche, tratti caratteriali, atteggiamenti, attitudini, credenze di autoefficacia, autostima, etc. Si considerano competenze perfino anche caratteristiche di natura fisica quali per esempio tempo di reazione e acutezza visiva.

Nell'approccio inglese le competenze sono comportamenti osservabili propri di una certa mansione che la persona è in grado di svolgere secondo uno standard di prestazione prefissato. In questo caso indicare le competenze di una persona significa elencare i principali compiti lavorativi propri di una determinata mansione che la persona è in grado di svolgere. Nel Regno Unito, per un gran numero di professioni sono stati elaborati una serie di standard di prestazione (i National Occupational Standards) che è necessario soddisfare per essere considerati in grado di svolgere una determinata attività lavorativa.

Se facciamo riferimento alla cultura araba, la competenza può essere descritta come: «consapevolezza e comprensione dei fatti; informazioni che si acquisiscono con l'esperienza oppure attraverso l'auto-riflessione o ancora facendo riferimento alle esperienze degli altri e/o leggendo le loro conclusioni».

Le competenze non corrispondono quindi a una semplice sommatoria di conoscenze, capacità o atteggiamenti, ma all'integrazione complessa di queste componenti che permette alla persona o all'individuo di svolgere compiti, affrontare situazioni problematiche, prendere decisioni e valutare il proprio agire in diversi contesti geografici e culturali.

Inoltre le competenze sono variabili nel tempo e da individuo a individuo: infatti persone diverse non utilizzano necessariamente le stesse risorse o combinazione di esse per affrontare con successo la stessa situazione problematica.


SE LEI SA COSA SO IO
«Pretendere di affermare che una competenza è misurabile è tutto da dimostrare, riconoscerla è diverso» (Piergiorgio Reggio - Università Cattolica - Milano - Conferenza Reflect Lugano 2007).

E dunque la valutazione delle nostre competenze e di quelle altrui necessita di un'attività di riflessione-autoriflessione e analisi che narrano l'evolversi e il divenire della competenza stessa.

La letteratura professionale è ricchissima di formulari, orientamenti, parametri e modelli relativi alla competenza e al modo di misurarla. Basta dire che Google (sulla cui competenza si discuterà parecchio e a lungo) segnala oltre 22milioni di risultati al solo digitare la fatidica parola, mentre nel linguaggio comune se ne abusa ("competenza" era la parola chiave della campagna elettorale dell'onorevole Zambetti per la Regione Lombardia).

Almeno noi cittadini diamole più importanza: pretendiamola dagli altri e consentiamo agli altri di pretenderla da noi. Saremo un po' più disillusi, ma anche assai meno ingannati. È il meglio possibile.

Antonella Cicalò

Pubblicato:

Giovedì, 25 Ottobre 2012

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