CAMBIAMENTO CLIMATICO

L'ULTIMO GIORNO DI DOHA

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Si chiude oggi, 7 dicembre 2012, la conferenza internazionale delle Parti delle Nazioni Unite sul cambiamento climatico a Doha. Si cerca una quadratura del cerchio indispensabile, stando al rapporto della Banca Mondiale.

L'ULTIMO GIORNO DI DOHA

Si saprà solo all'ultimo momento se e come le delegazioni governative presenti in Qatar hanno trovato un compromesso accettabile che tenga insieme Kyoto2 (che dal 2013 dovrebbe entrare in vigore per contribuire al taglio delle emissioni dei Paesi sviluppati), Durban (che l'anno scorso ha gettato le basi per coinvolgere entro il 2020 tutti i Paesi del mondo) e uno stanziamento serio, il Green Fund, dotato di più di 100 miliardi di dollari da qui alla fine del decennio, per progetti di contrasto al cambiamento climatico, o almeno di adattamento.

56.000 persone evacuate nelle Filippine per tifoni di potenza mai vista prima; l'uragano Sandy, che è costato agli Stati Uniti oltre 60 miliardi di dollari di danni; Taranto, per restare in Italia, che poteva avere conseguenze di inimmaginabile portata, sono la dimostrazione e la testimonianza dolorosa che non è più possibile, e nemmeno sostenibile economicamente, ignorare i fenomeni climatici in atto.
Corrado Clini, ministro italiano per l'ambiente, oltre a sostenere la necessità di impegni internazionali come Kyoto 2 e l'accordo globale per il 2020, ha sottolineato come il nostro Paese si sia impegnato con forza nella green economy e continuerà a farlo. Ma è sul Green fund, il Fondo Verde che dovrebbe mobilizzare 30 miliardi di dollari entro il prossimo anno e 100 miliardi entro il 2020 che la partita si fa dura.

Per Alberto Zoratti, Presidente dell'organizzazione dell'economia solidale Fairwatch, al momento ci sono più intenzioni che fatti, mentre finanziare politiche di adattamento vuole dire mettere concretamente a disposizione risorse capaci di garantire la sopravvivenza e la resilienza dei territori del Sud del mondo, e in generale delle zone esposte ai rischi del cambiamento climatico.
In attesa di commentare, dati alla mano, gli effettivi risultati della Conferenza internazionale di Doha, ricordiamo il grido d'allarme sulla crescita delle emissioni in atmosfera lanciato qualche settimana fa dall'Omm (l'Organizzazione meteorologica mondiale, emanazione dell'Onu).


Le emissioni continuano a crescere: in particolare la sola CO2 ha raggiunto le 390 parti per milione, avvicinandosi alla soglia delle 450 parti, ritenuta il limite per contenere l'aumento delle temperature entro i 2 gradi centigradi, mentre la quantità è generale è di 473 parti per milione. I dati citati sono quelli della statunitense Noaa (National Oceanic and Atmospheric Administration). Non si tratta dunque di "al lupo al lupo" di ambientalisti radicali: tra il 1990 e il 2011 si è verificato un incremento del 30% del forzante radiativo, principale responsabile del riscaldamento del Pianeta, dovuto alla presenza in atmosfera di una crescente quantità di anidride carbonica e di altri gas climalteranti come l'ozono e il metano.
In particolare il volume di anidride carbonica, il principale gas serra derivante dalle attività umane, è cresciuto ad un ritmo simile che nel decennio precedente e ha raggiunto le 390,9 parti per milione (ppm), 40 per cento sopra i livelli pre-industriali.
Stanno aumentando rapidamente anche alcuni gas serra più rari come l'esafluoruro di zolfo (raddoppiato in volume dalla metà degli anni '90) mentre gli idroclorofluorocarburi e gli idrofluorocarburi, che erano a livelli bassi, stanno aumentando molto velocemente.

BISOGNA FARE DI PIU'
Secondo la Noaa dal 1750, data che si considera l'inizio dell'era industriale, sono state immesse nell'atmosfera circa 375 miliardi di tonnellate di CO2, prevalentemente attraverso la combustione di combustibili fossili. Di queste, solo una metà circa è stata riassorbita dai serbatoi naturali come gli oceani e le foreste (carbons sinks). Secondo il segretario dell'Omm, Michel Jarraud, resteranno lì per secoli, provocando un futuro riscaldamento del Pianeta che avrà ripercussioni su tutti gli aspetti della vita mentre le future emissioni potranno solo peggiorare la situazione, anche perché non è detto che i carbons sinks continuino a funzionare come hanno fatto sinora.

Malgrado la fase di bassa crescita dovuta alla crisi economica, le emissioni di CO2 sono cresciute su scala globale anche nel 2011, facendo segnare un +2,7% ( rapporto Trends in global CO2 emissions redatto dal Joint Research Centre (Jrc) della Commissione Europea e dall'Agenzia per l'ambiente olandese (Pbl).
Se in Occidente l'efficienza va migliorando (ma non alla velocità che la situazione richiederebbe, perché molti impegni presi poi sono disattesi dagli stessi Paesi industrializzati), i Paesi in via di sviluppo continuano invece a incrementare le loro emissioni (anche per rispondere alle attese di migliori condizioni di vita dei loro cittadini e talvolta al loro effettivo maggiore potere di acquisto).
Secondo il rapporto, l'anno scorso i maggiori produttori di CO2 sono stati Cina (29%), Usa (16%), Ue (11%), India (6%), Russia (5%) e Giappone (4%). Le emissioni sono scese del 3% nell'Unione Europea e del 2% negli Stati Uniti e in Giappone, ma sono cresciute del 9% in Cina e del 6% in India.

Stando alla letteratura scientifica e ai modelli disponibili, il limite entro cui il riscaldamento sarebbe gestibile con grandi costi, ma almeno con il contenimento degli effetti catastrofici, è di 2 gradi centigradi, il che rende necessario non superare una soglia di concentrazione di CO2 in atmosfera compresa tra 450 e 550 ppm. Entro i prossimi 10 o 20 anni va pertanto raggiunto un picco a cui dovrà seguire una decrescita pari a circa 1-3 punti percentuali l'anno.

Entro il 2100, dunque, le emissioni antropogeniche di CO2 dovrebbero stare sotto la soglia delle 5Gt l'anno. Ma l'impotenza dei governi e l'anarchia del sistema produttivo stanno vanificando questo obiettivo programmatico. Secondo le più recenti proiezioni dell'Agenzia Internazionale per l'energia e della Banca Mondiale il mondo sarebbe costretto a fare i conti, il cui ammontare non riusciamo neanche a stimare, con un aumento della temperatura tra i 3 e i 4 gradi.
Il rapporto Turn Down the Heat - Why a 4°C Warmer World Must be Avoided, chiesto dal Gruppo della Banca Mondiale al Potsdam Institute for Climate Impact Research e al Climate Analyticsi per avere un'analisi sommaria dei dati più recenti delle scienze del clima nel caso di un aumento della temperatura globale di 4° C relativo impatto sui Paesi in via di sviluppo, ha messo in luce un quadro assai grave.


BRUTTI EFFETTI

Le ondate di calore estremo che, in un mondo senza riscaldamento climatico, non dovrebbero avvenire che una volta ogni centinaio di anni, avverranno quasi ogni estate in molte regioni anche se l'incidenza non sarà ripartita uniformemente.

L'innalzamento del livello del mare. Entro il 2100 si assisterà verosimilmente ad un aumento da 0,5 ad 1 metro del livello medio dei mari e sono anche possibili livelli più elevati. Alcune delle città più vulnerabili a questo fenomeno sono situate in Mozambico, Madagascar, Messico, Venezuela, India, Bangladesh, Indonesia, Filippine e Vietnam con ripercussioni che potrebbero produrre vasti spostamenti di popolazioni, ridurre la sicurezza e perturbare i sistemi economici e i commerci.

L'acidificazione degli oceani. Le barriere coralline sono molto sensibile alle variazioni di temperatura dell'acqua e livelli di acidità. In particolari condizioni di temperatura le barriere coralline in diverse aree potrebbero effettivamente iniziare a dissolversi. Questo può avere profonde conseguenze per le persone che dipendono da loro per cibo, reddito, turismo e protezione della fascia costiera.

Global warming. Secondo il rapporto della Banca Mondiale, «Il verdetto scientifico è senza appello: le attività umane sono responsabili del riscaldamento del pianeta e questo riscaldamento si sta già traducendo in cambiamenti osservabili. La temperatura media globale non cessa di aumentare, supera attualmente di circa 0,8° C i livelli preindustriali.


Un calo delle rese agricole. 4 gradi centigradi in più significherebbero un calo delle rese agricole in tutto il mondo, con gravi rischi per la sicurezza alimentare futura. Le regioni più colpite nei prossimi 30-90 anni saranno probabilmente l'Africa meridionale, gli Usa, l'Europa meridionale e il Sud-Est asiatico. In Africa, il rapporto prevede che il 35% del terreno agricolo diventerebbe scarsamente idoneo all'agricoltura.

I rischi per gli eco-sistemi. Il rapporto individua rischi gravi per le incidenze negative sulla disponibilità di acqua, in particolare nel nord e nell'est dell'Africa, in Medio Oriente e nell'Asia meridionale. In Amazzonia, gli incendi boschivi potrebbe raddoppiare entro il 2050. Il mondo potrebbe perdere diversi habitat e specie.

Global warming.Mentre il global warming si avvia a superare i 2° C, è sempre più forte il rischio che si inneschino elementi lineari di non ritorno. Gli esempi fatti nel rapporto includono la disgregazione della calotta antartica occidentale che porterebbe a un più rapido innalzamento del livello del mare, oppure un impatto negativo su vasta scala su ecosistemi, fiumi, agricoltura, produzione di energia e mezzi di sussistenza in Amazzonia.
Questi fenomeni cosiddetti "locali" si andrebbero ad aggiungere alla lunga al global warming che ha un impatto su interi continenti.

Il rapporto conclude drasticamente che: "Non deve semplicemente essere permesso che si verifichi la previsione di 4° C di riscaldamento". Questa eventualità deve essere respinta. Solo azioni internazionali cooperative possono far sì che questo accada.

E' evidente che a Doha non ci si possono permettere fallimenti o rinvii e che se l'attuale impegno non basta bisognerà trovare il modo di arrivare comunque a una soluzione efficace, o il Pianeta farà da sé. In fondo, la Terra è assai più antica di noi che la abitiamo da pochissimo tempo.
http://www.megliopossibile.com/pausa-caffe/news/item/il-clima-di-doha

Andrea Santillana

Pubblicato:

Giovedì, 06 Dicembre 2012

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