MODELLI ITALIANI

TE LA DO' IO L'AMERICA

Categoria // Nuove Frontiere, Economia

L'Italia avrebbe molto da insegnare all'estero, mentre troppo spesso ci ostiniamo a imitare modelli che non ci appartengono. A cominciare dall'America.

TE LA DO' IO L'AMERICA

Le imminenti elezioni americane portano anche in Italia l'eco del dibattito che da tempo, pur con amministrazioni diverse, attraversa l'America. Negli Stati Uniti è costantemente cresciuto il tempo dedicato al lavoro, almeno per chi lo ha (il giubilo con cui i democratici hanno accolto i dati sulla crescita dell'occupazione dopo il non esaltante primo confronto televisivo di Obama con l'avversario Romney sta a dimostrare che questo è un tasto dolentissimo) ed è aumentata la ricchezza complessiva.

A questo però non è corrisposta un'analoga crescita in termini di benessere delle persone. Secondo Stefano Bartolini*, professore di Economia politica all'Università di questo non significa che l'aumento del reddito di per se faccia male, anzi fa stare meglio, sopratutto per le classi di reddito più basso.

Nonostante la crescita economica, gli Stati uniti sono infatti un Paese con un intenso malessere giovanile, dove la solidarietà è diminuita, così come l'impegno civico e la partecipazione. Crescono invece i disagi inventariati dal Dsm, il manuale-bibbia di psichiatria edito dall'Apa (American Psychiatric Association) e che fa testo in tutto il mondo (almeno quello che noi riconosciamo come tale). Pubblicato per la prima volta nel 1952 inventariava 128 disturbi. A oggi siamo arrivati a 365 e si attende con grande ansia (guarda caso!) la prossima uscita a maggio 2013.

Perché? Secondo Alessandra Smerilli*, docente di Economia alla Pontificia Facoltà di Scienze dell'Educazione Auxilium di Roma e all'Università Cattolica di Milano, l'essenziale è invisibile agli occhi dell'economia e quello che l'economia non vede, distrugge. Gli economisti parlano del desiderio di scarpe, automobili, formaggio, mai invece di quello di avere una compagna o dei figli. Eppure i beni relazionali sono essenziali per una vita buona. Si è arrivati così alla paradossale conclusione che tutto ciò che ha a che fare con la gratuità e il dono, da un lato deve stare fuori dalla sfera economica, dall'altro è inefficiente. E ancora, che è produttivo coltivare in modo esclusivo il proprio interesse personale mentre l'impegno per il bene comune produce effetti perversi.

Anche rispetto al lavoro ci sono dimensioni che l'economia non vede poiché li considera solo merce di scambio, ma il lavoro è vero e vale anche quando diventa dono di sè, quando va oltre il dovuto.

Secondo Bartolini siamo di fronte a un circolo vizioso: la reazione alla scarsità delle relazioni è di gettarsi a capofitto nel lavoro - chi non ha famiglia o amici investe nella professione per ottenere soddisfazione - ma questo rende ancora più complicato costruire e coltivare legami. Alla fine quindi più soldi, ma meno benessere.

I soldi servono perché forniscono una protezione reale, permettono di comprarsi beni di intrattenimento dove mancano relazioni, di proteggersi dove c'è insicurezza. Quello che è accaduto quindi è che si sono progressivamente sostituti i beni relazionali e comuni con quelli privati individuali: dalla cura garantita dal vicinato e dalla prossimità si è passati alle badanti per gli anziani; dai pomeriggi dei bambini passati a giocare liberi nel quartiere con gli amici ai pomeriggi soli con la tv o la baby sitter; dalla nuotata nel fiume che attraversa la città al viaggio in un paese esotico, dalla solidarietà fra vicini alle liti condominiali continue che intasano i tribunale.

UN MODELLO INGANNEVOLE
Nella cultura del consumo, alimentata anche dalla pubblicità (qui si potremmo imparare qualche cosa dalle class-action americane e dalla pubblicità comparativa in cui gli anglosassoni sono maestri), si dà priorità agli acquisti rispetto alle relazioni che spesso appaiono mediate e subalterne rispetto ai prodotti stessi (si dovrebbe aprire una discussione troppo ampia sui social forum e tecnologie connesse). La crisi, riducendo il potere d'acquisto, ha innescato un corto circuito.

I nuovi prodotti promettono di fare di più e meglio, comprese cose di cui il consumatore neanche sapeva di avere bisogno (sostiene Francesco Bertolini** sullo speciale Sette Green): «Il modello dissipativo occidentale, oltre che non sostenibile, è fondato sull'inganno continuo nei confronti dei consumatori le cui aspettative vengono costantemente tradite». Per paradosso, ciò non indica un malfunzionamento del sistema, al contrario è indice di vitalità.

Eppure già da tempo gli studi dimostravano che chi consuma di più è meno felice, più depresso, stressato e con una qualità di vita che rischia di peggiorare a ogni nuova generazione.

Come cambiare rotta? Investendo e valorizzando la specificità di alcuni modelli italiani. Roberto De Laurentis* presidente dell'Associazione artigiani del Trentino, non si è infatti riconosciuto nel quadro precedente e ha citato la sua regione, dove esiste un modello produttivo in cui le imprese sono parte del tessuto sociale, sono luoghi dove contano i valori umani, dove non c'è solo finanza, ma la fatica del lavoro. Se camminiamo con passo più lento è per il fardello pesante da portare della crisi e del debito italiano.

L'AMERICA STA QUA
In Italia il tessuto delle comunità è ancora diffuso e solido. Non si tratta allora di puntare sulla decrescita felice che mette l'accento su ciò cui si deve rinunciare, quanto vedere i vantaggi che potremmo ottenere dalla riorganizzazione della società investendo per avere più tempo, più relazioni, più luoghi di lavoro sociali, più educazione e scuola e più informazioni critiche da parte dei media (anche qui l'America fa scuola con il suo citizen journalism) sul necessario cambiamento culturale che deve accompagnare stili di vita che corrispondano a una nuova identità nazionale senza scimmiottare questo o quel modello. Meno pregiudizi e più orgoglio insomma.

*Relatore a Educa 2012, la manifestazione annuale dedicata all'educazione che si tiene a di Rovereto.

**Docente all'Università Bocconi di Milano, dipartimento di analisi istituzionali e management pubblico.

Antonella Cicalò

Pubblicato:

Lunedì, 15 Ottobre 2012

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