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SUSTAINABLE, CHI LA DURA ...

Categoria // Etica, Economia

…è destinato a vincere. Anche se Il primo problema da risolvere è di tipo semantico. In inglese, infatti, quello che in italiano traduciamo con “sostenibile” in realtà significa “durevole”.

Il termine “sustainable”, che nella nostra lingua viene erroneamente tradotto con “sostenibile”, (ossia “tollerabile” o “sopportabile”, entrambi concetti abbastanza negativi) in realtà significa “durevole”: non a caso, infatti, in inglese, “sustain” è il pedale del pianoforte che prolunga la risonanza delle note. Pertanto, il presupposto della sostenibilità, sia in ecologia che in economia, è la capacità di adottare un’ottica di lungo periodo, che tenga conto dei diritti delle prossime generazioni e quindi delle conseguenze future delle nostre azioni.

In questa prospettiva il nostro sviluppo, almeno così come lo abbiamo interpretato finora, è tutt’altro che sostenibile: qualunque indicatore ambientale si voglia prendere in considerazione ci porta all'evidente conclusione che stiamo consumando le risorse planetarie che spetterebbero ai nostri figli. E il peggio è che all’orizzonte non si vedono fonti alternative, a meno di non trovare un secondo pianeta da sfruttare (tipo Pandora del film Avatar), cosa che al momento appare quanto mai improbabile. Per le università, studiare e insegnare la strada per evitare il collasso, al di là dei facili slogan e delle ideologie, non è semplice, anche perché, dal punto di vista scientifico, presuppone competenze del tutto transdisciplinari: come ricordano Herman Daly e Joshua Farley, nel loro manuale di economia ecologica: I problemi reali non rispettano i confini accademici.

A questo principio di fondo si ispira l’attività del gruppo di Ecodinamica dell’Università di Siena, fondato da Enzo Tiezzi e formato da un’equipe di chimici e biologi, dottori in scienze naturali e ambientali, economisti, ingegneri e architetti. Partito negli anni Sessanta grazie a diverse collaborazioni con università e ricercatori stranieri (primi tra tutti il celebre biologo Barry Commoner della Washington University di St. Louis e il Premio Nobel per la chimica Ilya Prigogine) il gruppo ha come principale obiettivo di ricerca quello di definire, su basi scientifiche, criteri generali per uno sviluppo duraturo, promuovendo l’integrazione e la sinergia tra studiosi internazionali nei vari campi del sapere. I risultati del loro lavoro hanno portato alla progettazione, insieme al Dipartimento di Scienze Ambientali, del corso di laurea magistrale in “Ecotossicologia e sostenibilità ambientale” che ha riscosso notevole successo in termini di iscrizioni e che è destinato a chi vuole acquisire conoscenze concrete nel campo della sostenibilità ambientale e delle analisi di rischio. “Il percorso di studi si sviluppa su tre livelli: uno teorico-epistemologico, per comprendere la complessità dei sistemi naturali e antropici e indagarne le basi scientifiche; un secondo, più pratico, per sviluppare tecniche e indicatori di monitoraggio e valutazione ambientale, studiare i processi di trasformazione, gli ecosistemi, e i sistemi territoriali ed economici. Il terzo livello consente di acquisire una visione d’insieme, per prefigurare scenari di sviluppo economico basati su quello che l’ecologo americano Howard Odum definisce A prosperous way down” (una prosperità senza crescita), come spiega Simone Bastianoni, dell’Università di Siena, autore, insieme a Federico Pulselli, Nadia Marchettini ed Enzo Tiezzi, del manuale La soglia della sostenibilità, ovvero quello che il Pil non dice.

La visione olistica è la parte più difficile della sostenibilità, anche perché richiede un modello di economia che parta dal presupposto che le risorse, non solo quelle energetiche, sono in fase di esaurimento (petrolio in primis), e che non è affatto certo che si riescano a trovare valide alternative. Oltretutto, quando la disponibilità di una risorsa si riduce, aumentano drammaticamente i costi e i rischi della sua estrazione: basti pensare a quello che è successo nel Golfo del Messico o a quello che potrebbe succedere con le centrali nucleari e le loro scorie radioattive. “Le aziende devono rendersi conto che lo scenario è cambiato e solo misurando puntualmente il loro impatto possono tracciare una nuova via per mantenere competitività e profitti anche in futuro. L’alternativa per chi formula le strategie di business  non è tra essere o non essere responsabili, assumere o meno comportamenti etici: la vera scelta è tra sopravvivere o soccombere nel momento in cui si dovrà affrontare uno shock da mancanza di risorse”, spiega Mathis Wackernagel, l’ideatore dell’ecological footprint .“Usare indicatori come l’ecological footprint, per misurare la quantità di risorse che si consumano nel mettere in atto i processi produttivi, è indispensabile se si vuole rendere sostenibile (anche in termini economici) tutta la filiera dalla quale si dipende, conferma Luca Ruini, responsabile ambiente del Gruppo Barilla che da sempre ha messo in primo piano nelle sue strategie gli interessi delle generazioni future, e che ricerca questo tipo di sensibilità anche tra i laureati che seleziona”.
Corsi di laurea sulla sostenibilità stanno nascendo un po’ ovunque: per esempio, a Cesena, c’è “Ingegneria elettronica e telecomunicazioni per lo sviluppo sostenibile”, a Pescara (presso la facoltà di architettura) “Urbanistica sostenibile”. Mentre alla facoltà di scienze politiche di Palermo ci si può laureare in “Modelli di dinamica dei sistemi per lo sviluppo sostenibile delle organizzazioni”, a Perugia e Bari in “Agricoltura sostenibile”. Ancora: “Sviluppo e gestione sostenibile del territorio” (economia a Pisa), “Ingegneria dell’ambiente per lo sviluppo sostenibile” (Latina); “Scienze geografico-ambientali e sistemi informativi per lo sviluppo sostenibile” (a Genova presso la Facoltà di Lettere) e “Sostenibilità ambientale e protezione civile” (Ancona).
Carlo Alberto Pratesi - Docente di marketing sostenibile Università  Roma Tre

Pubblicato:

Giovedì, 09 Settembre 2010

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