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SCENARI DI PRIMAVERA

Categoria // Etica, Economia

Come ogni anno, da venti a questa parte, si è svolto il seminario primaverile di Ambrosetti a Cernobbio. Sono state due giornate di presentazioni, dibattiti, discussioni alla ricerca di quale ricetta implementare per cercare di uscire dalla situazione di crisi attuale. Ricetta che deve essere globale, eppure con valenze locali e - in questa prospettiva - si è dato un occhio particolare alla situazione del nostro Paese.

Inizialmente il dibattito si è concentrato sulla riforma del sistema finanziario. Tutti consenzienti nel ritenere che un accordo tra i G20 sia l’inizio di qualunque decisione che possa avere qualche chance di diventare standard. La vigilanza cosiddetta “light touch” (importata e imposta dal mondo anglosassone, tale per cui è il mercato stesso ad autoregolamentarsi e darsi delle regole espellendo chi non le rispetta lasciando così all’autorità garante un ruolo di osservatore abbastanza passivo) non ha funzionato, mostrando i propri limiti. 
Si sente in maniera forte la necessità di rafforzare la regolamentazione, di portare all’interno del perimetro regolamentato tutti gli attuali attori del sistema finanziario (e.g., hedge fund, private equity fund, ecc.), di rafforzare il capitale delle banche per dare loro più strumenti per affrontare meglio la necessità di lending –ovvero dare credito- al mondo corporate e per soddisfare i requisiti di Basilea 3, che sta per arrivare.

Tale riforma dovrà passare anche attraverso un ripensamento dell’economia di mercato e del proprio sistema fondante.

L’economia di mercato fin qui seguita è la peggiore possibile, perché trainata su binari indicati da lobbies, anche contrapposte, che perseguono solo ed esclusivamente il proprio vantaggio. Ciò ha portato ad un forte aumento delle diseguaglianze, ma al tempo stesso questo modello capitalista ha funzionato perché, a livello macro, ha favorito i Paesi svantaggiati (vedi Asia) facendoli crescere e, tendenzialmente, li ha portati ad allinearsi con quelli “maturi”.

Ovviamente c’è bisogno di una crescita globale che continui, e quindi il mercato deve aggirare, o bloccare, il possibile protezionismo che arriva dai Paesi più sviluppati. E’ fondamentale ripensare anche alla crescita, alla sua qualità. Come misurarla? C’è un crescente e sottile bisogno di definire una crescita sostenibile, un’economia più etica o, più semplicemente, un’economia di sviluppo sostenibile eticamente.

Fino ad ora il GDP (gross domestic products), in italiano PIL (prodotto interno lordo, che è il valore complessivo dei beni e servizi prodotti all'interno di una nazione in un certo intervallo di tempo -solitamente l'anno- e destinati ad usi finali) è stato l’indicatore più usato e importante; ma ci si sta accorgendo che non è più necessariamente vero e si sente la necessità di affiancargli altri indici che aiutino a meglio comprendere e descrivere la situazione di un paese e quindi a prendere decisioni.

Inoltre, in un’ottica di global governance è importante dare una valutazione delle attività dei governi
Un indice come il livello di disoccupazione potrebbe essere un valido accompagnamento. Si potrebbe pensare anche all’uso dei CDS, credit default swap, i quali però agiscono solo sul down side, ovvero come negatività sull’operato dei governi nazionali (il CDS è il derivato creditizio più usato. È un accordo tra un acquirente e un venditore per mezzo del quale il compratore paga un premio periodico a fronte di un pagamento da parte del venditore in occasione di un evento concernente un credito -come ad esempio il fallimento del debitore- cui il contratto è riferito. Il CDS è spesso utilizzato con la funzione di polizza assicurativa o copertura per il sottoscrittore di un’obbligazione). 

Il dibattito sull’Italia si è svolto con l’orizzonte incombente delle elezioni regionali, ormai trascorse. Non ci sono stati messaggi positivi. I prossimi anni non promettono nulla di buono per l’economia italiana. L’Italia cresce meno rispetto agli altri partners europei e, in questo modo, siamo destinati a un declino lento ma inesorabile.

È vero che le statistiche a volte servono poco; danno una visione media che descrive non in modo veritiero alcune realtà non cogliendo tutte le peculiarità del nostro Paese. Però servono per omogeneità nei confronti con gli altri paesi, e qui da noi si percepisce ormai una necessità di riforme da “ultima chiamata”. È stato ribadito che, dopo le Regionali, ci saranno tre anni senza elezioni e questo è un tempo sufficiente per fare qualcosa. I temi su cui esercitarsi sono molti, i più urgenti dei quali sono: riforma fiscale, maggior attenzione alla crescita (e quindi favorire la ricerca e l’innovazione, riformare gli ammortizzatori sociali, per minimizzare i periodi di disoccupazione), alla previdenza (innalzamento dell’età pensionabile), necessità di riportare la spesa sanitaria sotto controllo (specie nelle regioni meridionali), di rinnovare le infrastrutture (e non solo quelle fisiche, abbiamo bisogno anche di una giustizia più efficiente ed efficace), di rinnovare la scuola (il sistema universitario attualmente sperpera troppo denaro), di risanare il debito pubblico.  E abbiamo bisogno di economia etica e di sviluppo sostenibile.

Ecco qui il messaggio finale: cominciare a fare qualcosa di concreto
Angelo Morrison

Pubblicato:

Giovedì, 01 Aprile 2010

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