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REGOLE DI FONDO

Categoria // Etica, Economia

Le nuove regole proposte per il Fondo Monetario Internazionale non sono formali, ma di sostanza. Per riacquistare la credibilità che era nelle intenzioni dei fondatori e che è quanto mai necessaria, come si vede anche nelle attuali turbolenze.

Il Fondo Monetario Internazionale (Fmi) è un'organizzazione fondata nel 1946 ed è attualmente composta dai governi di 186 Paesi; con la Banca Mondiale (World Bank), fa parte delle organizzazioni internazionali legate all’ONU, istituzioni disegnate con gli accordi di Bretton Woods. Tali istituzioni  erano state pensate per creare un sistema di coordinamento e controllo delle politiche economiche degli Stati a livello internazionale che evitasse il ripetersi di disastrose crisi economiche come quella del 1929. In particolare, il Fondo Monetario doveva occuparsi di economia monetaria e la Banca Mondiale di ricostruzione e sviluppo. Tutto in uno spirito di solidarietà e cooperazione tra nazioni, avendo come fine la crescita e lo sviluppo sostenibile delle stesse.

Nella pratica, il sistema progettato a Bretton Woods, che si basava su rapporti di cambio fissi tra le valute, tutte agganciate al dollaro, a sua volta agganciato all'oro, crollò con la sospensione della convertibilità in oro del dollaro stesso (il cosiddetto gold standard) da parte del presidente degli Stati Uniti Richard Nixon nel 1971.
Questo ha portato a un ripensamento del ruolo del Fmi (pur mantenendo come obiettivi la cooperazione monetaria internazionale, la stabilità nei rapporti di cambio tra le valute per evitare svalutazioni monetarie competitive e facilitare l’espansione del commercio internazionale). Oggi il Fondo si occupa per lo più di concedere prestiti agli Stati membri in caso di squilibrio della bilancia dei pagamenti.
 
Il Fmi si occupa inoltre della ristrutturazione del debito estero dei Paesi del cosiddetto Terzo Mondo, anche se, ultimamente, è intervenuto pesantemente per salvataggi di economie più o meno avanzate (vedi il recentissimo intervento sulla Grecia nel giugno di quest’anno).
 
Il Fmi impone, di solito, a questi Paesi piani di aggiustamento strutturale come condizione per ottenere prestiti o condizioni più favorevoli per il rimborso del debito: l’aspetto più controverso della sua attività. Questi piani sono infatti modellati su una visione neoliberista dell'economia e sulla convinzione che il libero mercato sia la soluzione migliore per lo sviluppo economico di questi Paesi. Il che non è sbagliato in senso assoluto, ma dipende molto dall’implementazione e da chi la coordina. Infatti oggi serve una visione di sviluppo sostenibile.
 
Tra i punti principali, tali piani comprendono di solito la svalutazione della moneta nazionale (ove possibile), la riduzione del deficit di bilancio da conseguire con forti tagli alle spese statali, compresi tagli sui salari dei dipendenti pubblici, l’aumento delle imposte - dirette e indirette - il ricorso a percorsi di possibili privatizzazioni e l'eliminazione di qualsiasi forma di controllo dei prezzi.
 
Riassumendo: il Fmi dovrebbe regolare con questi meccanismi la convivenza economica e favorire la crescita dei Paesi in via di sviluppo e delle nuove economie emergenti nella direzione dello sviluppo sostenibile.
 
Il 6 novembre scorso, il direttore generale del Fmi, D. Strauss Kahn, ha annunciato una riforma profonda del Fondo stesso, con una ripartizione dei diritti di voto più conforme al peso attuale delle economie dei diversi Paesi membri e saranno rese disponibili maggiori risorse destinate al Fondo stesso.
La riforma «è stata un nodo che ha richiesto molto tempo ed energie negli ultimi anni, e sono contento che ora sia stato sciolto: il problema di lunga data della legittimità del Fondo è stato risolto» ha  osservato lo stesso  Strauss Kahn, che ha fatto della riforma del Fondo la propria priorità, sin dal suo arrivo alla guida dell’istituto nel 2007.
 
L’accordo approvato dal board del Fmi prevede che il 6% dei diritti di voto venga trasferito dalle economie industriali a quelle dinamiche. E questo si traduce anche nell’affermazione della Cina, al terzo posto in termini di diritti di voto, alle spalle di Stati Uniti e Giappone e all’ascesa di India e Brasile nella top-ten dei Paesi con maggiore voce in capitolo. Di questa classifica dei 10 Paesi più importanti faranno parte gli Usa, il Giappone, quattro economie europee (Germania, Francia, Regno Unito e Italia) e il Bric (Brasile, Russia, India e Cina). Restano tuttavia tutelati i diritti di voto dei Paesi più poveri, ovvero quelli che hanno un reddito annuo pro-capite inferiore a quello determinato annualmente dalla International Development Association (che nel 2008 era pari a dollari americani 1135/anno) e/o quelli che chiedono prestiti al Poverty Reduction and Growth Trust (strumenti dedicati e implementati, rispettivamente, dalla Banca Mondiale e dal Fmi).
 
Fra gli elementi più importanti della riforma, la soppressione del G5, ovvero dei Paesi che hanno diritto per statuto a un posto nel board: si tratta di Stati Uniti, Giappone, Germania, Francia e Gran Bretagna. Ilboard del Fondo viene confermato a 24 seggi, con l’Europa che rinuncia a due su nove. La riforma prevede anche che le quote dei membri aumentino, così da raddoppiare il capitale del Fondo a quota 755,7 miliardi di dollari Usa.
 
Per entrare in vigore, la riforma dovrà essere approvata dagli Stati membri del Fmi: per il via libera servono almeno l’85% dei voti favorevoli. In alcuni Paesi sarà necessario che la riforma venga approvata per via legislativa. È il caso degli Stati Uniti. Strauss-Kahn non ritiene che la Camera americana, anche se ora in mano ai repubblicani, ne ritardi l’approvazione.
 
La riforma nasce per dare più strumenti al Fondo, per renderlo più conforme alle necessità attuali e alla nuova geografia economica mondiale, ma anche per superare alcune critiche cui era stato oggetto. Per esempio, il premio Nobel per l’Economia Joseph Stiglitz lo incolpava di essere un'istituzione manovrata dai poteri economici e politici del blocco occidentale e di peggiorare le condizioni nei Paesi poveri, anziché adoperarsi per l'interesse generale.
L’agire passato era quello di imporre alle Nazioni dove interveniva una "ricetta standardizzata”, basata su una teoria economica semplicistica, che molte volte ha aggravato le difficoltà economiche anziché alleviarle.
 
J.Stiglitz  a proposito fornisce una serie dettagliata di esempi, come la crisi finanziaria asiatica della fine degli anni ‘90, o la transizione dall’economia pianificata al capitalismo in Russia e negli altri Paesi dell’Est Europa: i prestiti del Fmi, in questo caso, servirono a rimborsare i creditori occidentali, anziché aiutare le economie locali. Inoltre il Fmi ha appoggiato nei Paesi ex-comunisti coloro che si pronunciavano per un processo di privatizzazione rapida che, in assenza delle istituzioni necessarie, ha danneggiato lo Stato e favorito una casta di politici/uomini d’affari corrotti. Il Premio Nobel osserva inoltre che i risultati migliori in materia di transizione sono stati conseguiti proprio da quei Paesi, per esempio la Cina, che non hanno seguito le indicazioni del Fmi, e dove invece il modello economico che ha permesso una massiccia crescita dell'economia si è basato su un forte intervento statale, anziché sulle privatizzazioni.
 
Il sistema di voto, che chiaramente privilegiava i Paesi del blocco incriminato è, nella nuova proposta, più trasparente e rappresentativo dello scenario mondiale. Ovviamente, molto resta da fare per ridare al Fmi un’autorevolezza piena e riconosciuta. E ci auguriamo che i Paesi appena promossi nella top ten degli azionisti del Fmi si muovano e agiscano in modo da perseguire il bene di chi verrà aiutato, cercando una crescita economica  e uno sviluppo sostenibile per quelle economie;  e che non commettano, magari in peggio, gli errori dei loro predecessori e attuali compagni di viaggio.
Solo così Fmi potrà essere veramente e ancora una guida per la crescita sostenibile delle Nazioni, tornando allo spirito iniziale di chi ne pose le basi. Vedremo se questo spirito avrà battuto almeno un primo colpo.
Angelo Morrison

Pubblicato:

Giovedì, 18 Novembre 2010

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