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RAPPORTO CENSIS

PANEM ET CENSIS

Categoria // Studi & Tendenze, Economia

Il 43° rapporto annuale stilato dal Censis, il Centro Studi Investimenti Sociali, fornisce un quadro attento e preciso della situazione socioeconomica del Paese: un’Italia con il fiato sospeso, incerta tra vecchie pratiche consolatorie e assunzione di nuove responsabilità. Le formule alle nostre spalle non bastano più, la sfida è scoprirne altre con l’intelligente contributo di tutti.

PANEM ET CENSIS

L'analisi annuale proposta come ogni anno dal rapporto Censis ha il merito di inquadrare la situazione del Paese sia dal punto di vista sociopsicologico, sia da quello prettamente economico. In sintesi - raccomandiamo caldamente la consultazione del testo integrale sul sito -  riprendiamo alcuni passi che illustrano entrambi gli aspetti.

«Come tanti replicanti, davanti alla crisi l’anno scorso pensavamo "non saremo più come prima". Oggi "siamo sempre gli stessi". Abbiamo resistito riproponendo il tradizionale modello adattativo-reattivo: non abbiamo esasperato il primato della finanza sull’economia reale, le banche hanno mantenuto un forte aggancio al territorio, il sistema economico è caratterizzato da una diffusissima e molecolare presenza di piccole aziende, il mercato del lavoro alterna precariato e tutele».

In parte il Paese è girato all’indietro. Ma c’è anche la speranza di uscirne, con una propensione a pensare al dopo, a una società capace di migliorarsi, a un’economia etica e a un comportamento sostenibile.

Le tre grandi culture cui si è abbeverato lo sviluppo italiano degli ultimi centocinquant'anni  (quella risorgimentale, quella riformista del dopoguerra e quella individualista degli anni '70) sono sempre meno spendibili come fattori di mobilitazione sociale e politica.

Oggi chi ha bisogno di garanzie per la sua vita non crede che il suo problema (pensione, scuola, occupazione) verrà risolto dalla riforma di turno. Ma anche il protagonismo individuale, con la crescita esponenziale del lavoro autonomo e della piccola e piccolissima impresa, del soggettivismo nei comportamenti, dell'ideologia della competizione e del mercato è destinato a sfarinarsi silenziosamente.

«L’individualismo è sempre meno capace di risolvere i problemi della complessità che lo trascende, il soggettivismo etico mostra la corda rispetto all’esigenza di valori condivisi, la spietatezza competitiva e la carica di egoismo che derivano dal primato della soggettività hanno creato squilibri e disuguaglianze sociali che pesano sulla coesione collettiva». Emblematica è la reazione dei Comuni di fronte alla crisi, che hanno messo in campo uno sforzo di coordinamento con altri soggetti e istituzioni locali: province, comuni, regioni.

Nel mezzo della crisi, per il 71,5% delle famiglie italiane il reddito mensile è sufficiente a coprire le spese. Il dato sale al 78,9% al Nord-Est, al 76,7% al Nord-Ovest, al 71% al Centro, al Sud scende al 63,5%. Il 28,5% delle famiglie che hanno avuto difficoltà a coprire le spese mensili con il proprio reddito ha fatto ricorso a una pluralità di fonti alternative, con una miscela che si è dimostrata efficace. Il 41% ha toccato i risparmi accumulati, in oltre un quarto delle famiglie uno o più membri hanno svolto qualche lavoretto saltuario per integrare il reddito, più del 22% ha utilizzato la carta di credito per rinviare i pagamenti al mese successivo, il 10,5% si è fatto prestare soldi da familiari, parenti o amici, l’8,9% ha fatto ricorso ai prestiti di istituti finanziari e il 5,1% ha acquistato presso commercianti che fanno credito.

Negli ultimi 18 mesi più dell’83% delle famiglie ha però modificato le proprie abitudini alimentari. Quali cambiamenti sono stati introdotti? Il 40% ha contenuto gli sprechi, il 39,7% ha cercato prezzi più convenienti, il 34,8% ha eliminato dal paniere i prodotti che costano troppo. 

In questo clima economico e psicologico è rilevante l'eccitazione comunicativa nella permanente esposizione ai media che ha aspetti tanto culturali quanto economici.

Tra il 1992 e il 2008, a fronte di un incremento medio dei consumi delle famiglie del 20%, la spesa per telefoni e servizi telefonici ha registrato un aumento del 214% (poco meno di 22,7 miliardi di euro nel 2008), segnando una flessione solo nell’ultimo anno; la spesa per prodotti audiovisivi e computer è aumentata del 63%, sebbene sia in rallentamento dal 2007; i consumi di libri e giornali hanno segnato un +38%. Il 47,6% degli italiani usa un numero di media superiore a quattro, muovendosi con facilità ogni giorno attraverso una fitta trama di messaggi veicolati dai più diversi vettori: non solo la tv, il cellulare, la radio e i quotidiani, ma anche Internet, web tv, palmari, lettori mp3, e-reader. Il 4,2% ne usa dieci o più, percentuale che raddoppia tra i soggetti più giovani e più istruiti. Si finisce così per dedicare massicce dosi di tempo ai mezzi di comunicazione.

Se si sommano i quantitativi medi di tempo trascorso quotidianamente utilizzando i principali media, risulta un ammontare cumulativo "virtuale" di 13 ore e 54 minuti al giorno. A ciò corrisponde invece un progressivo distacco dai percorsi scolastici e formativi.

La forza perduta dell’istruzione
Circa l’80% dei giovani tra 15 e 18 anni si chiede che senso abbia stare a scuola o frequentare corsi di formazione professionale. Dominano il disincanto e lo scetticismo: il 92,6% dei giovani in uscita dalla scuola secondaria di II grado ritiene che anche per chi ha un titolo di studio elevato il lavoro sia oggi sottopagato, il 91,6% pensa che sia agevolato chi può avvalersi delle conoscenze.

Anche il 63,9% degli occupati giudica inutili le cose studiate a scuola per il proprio lavoro. La visione pessimistica travalica i confini dell’universo educativo: il 75% dei laureati e l’85% dei non laureati di 16-35 anni pensano che in Italia vi siano scarse possibilità di trovare lavoro grazie alla propria preparazione e i dati confermano questo svantaggio nazionale rispetto all'Europa. 

Il merito del Censis nello stilare il rapporto sta nel fondere gli aspetti prettamente economici, fitti di dati e percentuali, con un’accurata e sofisticata analisi di sociologia e psicologia collettiva. Tessera dopo tessera, si ricompone il mosaico dell’identità nazionale che ognuno di noi ha contribuito a creare: dai fautori di una nuova economia etica e del consumo sostenibile, agli irriducibili sostenitori del passato che non passa.

Per approfondimenti:
www.censis.it

Beatrice Riganti

Pubblicato:

Giovedì, 10 Dicembre 2009

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