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CAMBIAMENTO CLIMATICO

L'INDICE ALZATO

Categoria // Etica, Economia

L’Italia ha scalato quattro punti nell’indice che misura lo sviluppo umano. Lo dice il Rapporto 2011 curato dallo United Nations Development Programme, che fotografa le condizioni di vita in 187 Stati. Il nostro Paese è al 24esimo posto, prima della Gran Bretagna. E con la correzione dei parametri sale al 22° e al 15°posto.

L'INDICE ALZATO

Tra tante cattive notizie un progresso – anche se piccolo – è una notizia positiva. Certo, nel mondo peggiora la distribuzione del reddito, rimangono squilibri di genere e i danni ambientali e derivati dal cambiamento climatico pesano in modo sproporzionato sulle nazioni più povere, mentre in vetta alla classifica si conferma la Norvegia, nonostante la terribile ferita della strage di Utoya nello scorso luglio.

Lo studio Sostenibilità ed equità: un futuro migliore per tutti, presentato a Copenaghen, analizza le condizioni di vita in 187 Paesi del mondo, misurandone la qualità in base ai livelli di scolarizzazione, l'aspettativa di vita e il reddito pro capite.

Dopo la Norvegia, figurano Australia, Paesi Bassi, Stati Uniti, Nuova Zelanda, Irlanda, Liechtenstein, Germania e Svezia.

L'Italia è al 24esimo posto, subito dopo la Spagna, ma prima di Regno Unito che si colloca in 28esima posizione (forse per questo il primo ministro Camerun ha compilato una lista di quesiti sul benessere percepito che viene sottoposta in questi giorni ai sudditi di Sua Maestà). La Grecia, pur con lo spettro del fallimento che le aleggia intorno, segue a ruota con il 29esimo posto.

In coda l'Africa, cui appartengono i dieci ultimi Paesi in graduatoria, tra cui Ciad, Mozambico, Burundi e Niger. La Repubblica Democratica del Congo chiude la classifica.

Ma la realtà è più complessa: per averne un'immagine più fedele è stata messa a punto una graduatoria parallela, correggendo l'Isu (Indice sviluppo umano) con altri parametri che tengono conto delle disuguaglianze nel campo della sanità, dell'istruzione e del reddito. Il risultato di questi aggiustamenti è per certi versi sorprendente; la classifica infatti subisce aggiustamenti non da poco: gli Stati Uniti per esempio scivolano dal quarto al 23esimo posto per via delle diseguaglianze del reddito, lo stesso dicasi per Israele che passa dal 17esimo al 25esimo posto, mentre l'Italia guadagna la ventiduesima posizione.

L'analisi è stata integrata anche con altri due parametri: l'Indice multi-dimensionale di povertà (Imp), che misura l'accesso all'acqua potabile, ai servizi sanitari e a beni familiari essenziali, e l'Indice di disuguaglianza di genere (Idg), che valuta l'accesso delle donne alla rappresentanza parlamentare, salute riproduttiva, anni di scolarizzazione e partecipazione al mercato del lavoro.

In questo caso il Paese più evoluto in fatto di parità tra i due sessi è la Svezia, mentre all'estremo opposto figura lo Yemen. In questo campo l'Italia ottiene un buon risultato e in base all'Idg sale alla posizione numero 15, contro il 34esimo posto del Regno Unito e addirittura il 47esimo degli Stati Uniti. Tra il 1980 e il 2011, il valore dell'Isu italiano è aumentato del 22% con una crescita nell'aspettativa di vita (+7,8 anni), la scolarizzazione media (+4 anni) e gli investimenti lordi pro capite (+40 per cento dal 1980 a oggi).

Helen Clark, amministratrice dell’Undf, ha sollecitato un'azione globale goraggiosa contro il deterioramento in atto in vaste aree del pianeta per non vanificare decenni di sforzi, soprattutto in materia di cambiamenti climatici e disuguaglianze che mettono a rischio i proceddi democratici.

In assenza di misure di contrasto in tal senso, entro il 2050 i progressi nello sviluppo umano globale potrebbero essere rallentati o persino invertiti. Senza un passaggio a uno sviluppo più sostenibile l’incontrollato deterioramento ambientale - dalla siccità nell'Africa sub-sahariana ai crescenti livelli dei mari che potrebbero sommergere nazioni come il Bangladesh - potrebbe causare un aumento dei prezzi alimentari fino al 50% vanificando gli sforzi per migliorare l'accesso all'acqua, agli impianti igienici e all'energia per centinaia di milioni di persone in Africa sub-sahariana e Asia meridionale perpetuando un "doppio fardello di deprivazione" in un circolo vizioso di impoverimento e danno ecologico.

Beatrice Riganti

Pubblicato:

Lunedì, 07 Novembre 2011

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