L'ECONOMIA DI TUTTI I COLORI

Categoria // Studi & Tendenze, Economia


Green, blue,golden. L'economia ne fa di tutti i colori. E le utopie di ieri sono il pragmatismo di oggi. Dalle emissioni zero alla "cultura produttiva".

L'ECONOMIA DI TUTTI I COLORI

In principio toccò all'economia verde (ribattezzata green economy forse per marcare che non era roba per italiani di buon senso e coi piedi per terra), o più propriamente economia ecologica. Il modello di sviluppo in questione prendeva in esame, oltre Pil, anche l'impatto ambientale generato dal processo produttivo, compresi i potenziali prodotti dal ciclo di trasformazione delle materie prime. A partire dall'estrazione, fino al trasporto, alla trasformazione in energia e alla definitiva eliminazione o smaltimento. Ci si cominciò ad accorgere che i danni ambientali spesso si ripercuotevano sul Pil stesso, per esempio a causa della minor resa in agricoltura. O dei costi sanitari da inquinamento, per finire ai disastri ambientali deriventi dal cambiamento climatico (altra ormai acclarata realtà a lungo attribuita alla sindrome di Cassandra degli ambientalisti).
Oggi legislazione, incentivi, tecnologia, commercio, investimenti, occupazione, formazione e educazione pubblica sono all'insegna della green economy (o talvolta, per ciò che si spaccia per tale ,il cosiddetto green washing) e delle energie rinnovabili (sole, vento, geotermia, biomasse etc) in grado di promuovere un modello di sviluppo sostenibile fortemente ottimizzato che riduca gli sprechi di risorse e la dipendenza dai combustibili fossili come il petrolio.
 Tra entusiasmi e diffidenze, scoperte promettenti e retromarce (un esempio per tutti i biocombustibili che mettono a rischio in alcuni casi le terre fertili e le società contadine) la green economy è diventata ormai uno "stile di vita" consolidato.

Economia blu
L' economia blu o blue economy (l'utopia di oggi, ma magari la strada obbligata di domani), è un modello di business a livello globale dedicato alla creazione di un ecosistema sostenibile soprattutto grazie alla trasformazione di sostanze precedentemente sprecate in merce redditizia.

L'obiettivo dell'economia blu non è di investire di più nella tutela dell'ambiente ma, grazie alle innovazioni in tutti i settori dell'economia che utilizzano sostanze già presenti in natura, di effettuare minori investimenti finanziari  creando  più posti di lavoro e  un ricavo maggiore.
L'economia blu si basa sullo sviluppo di principi fisici e tecnologie a basso impatto che sviluppino le ricerche sui meccanismi e sull'imitazione delle specie viventi per trovare nuove tecniche di produzione e migliorare quelle già esistenti.
Il modello è stato proposto da Gunter Pauli nel testo di riferimento The Blue Economy: 10 years, 100 Innovations. 100 Million Jobs.

Il fulcro dell'economia blu  è una forma di sviluppo che non ostacoli le possibilità di crescita delle generazioni future, avendo cura del patrimonio e delle riserve naturali esauribili. Non si tratta quindi di un blocco della crescita, bensì della crescita economica rispettosa dell'ambiente e dei suoi limiti.  Questa nuova visione applicata al business si traduce  nel "blue thinking" che pensa al cambiamento di prospettiva non coma a un onere, ma come a una possibilità vantaggiosa per adeguarsi ai cambiamenti climatici ed economici a venire.

Golden economy
Infine, la golden economy. Cos'è? E' quella che la comunità europea chiama il petrolio italiano (in effetti ne avremmo giacimenti sterminati).

E' la cultura (intesa come bellezze artistiche, paesaggio, turismo, eccellenze artigiane, gastronomia etc) che potrebbe essere il petrolio dell'Italia. Bruxelles  la vede come un cruciale volano di sviluppo per tutta la comunità degli Stati europei, ma in un rapporto dedicato a questo settore  punta il dito in particolare sull'Italia che "non ha una strategia nazionale per lo sviluppo del suo settore culturale e creativo" (gli investimenti dicono tutto:-35% tra il 2008 e il 2011).

La Eenc, la Rete europea degli esperti sulla cultura, ha pubblicato infatti con discrezione (sul sito della commissaria alla Cultura Androulla Vassiliou) un rapporto commissionato da Bruxelles nel quadro della preparazione del bilancio multiannuale dell'Ue 2014-20 e dei fondi strutturali per meglio individuare le priorità. Per  Bruxelles la cultura è  una priorità che vale tanto, anche in termini economici. Un altro rapporto della Commissione che risale al gennaio scorso sottolineava come la cultura e le attività creative costituiscano ormai il 3,3% del Pil Ue (era il 2,6% nel 2006) e il 3% dell'occupazione. Un potenziale che sarebbe particolarmente elevato per l'Italia che ospita il 70% dei beni artistici mondiali. Eppure il nostro Paese continua a tagliare, per arrivare nel 2011 allo 0,2% del Pil. Negli anni Cinquanta e Sessanta era quattro volte tanto. In cifre assolute, l'Italia, a fronte di un patrimonio artistico culturale molto più vasto di qualsiasi altro Paese europeo, ha disposizione per il settore 5,6 miliardi di euro contro i 7,5 miliardi della Francia. In più «la mancanza di risorse sta portando frequenti episodi di degrado di beni storici che stanno creando la percezione di decadenza di alcuni siti culturali italiani». Il danno non è solo materiale, ma anche di immagine e costa caro su scala internazionale. E ancora, la cultura è interpretata "come una misura anticiclica e come ammortizzatore sociale, o come aree protette per la creazione di rendite di posizione" che crea "sacche di privilegi e inefficienza nei settori culturali".
Chi invece, soprattutto tra i giovani, volesse fare scelte culturali, si trova costretto molto spesso a cercare posti all'estero dove gli italiani sono ancora assai ricercati e dove la cultura è un business redditizio.

Eppure, sempre secondo Bruxelles, la sola completa digitalizzazione del patrimonio artistico e culturale dell' Italia promuoverebbe al contempo alte tecnologie, cultura, lavoro per moltissime imprese e tanti posti di lavoro come accade  nei successi della moda e del design Made in Italy.

Non a caso il convegno de Il Sole24ore a Florens 2012 del tre novembre scorso si chiamava "Made in Italy e il Capitale Culturale". Oggi la parola passa a Venezia 2019, il Salone europeo della Cultura dove   dal 23 al 25 novembre si parlera anche di "Cultura produttiva".  La definizione  è già tutta un programma.
E allora proviamo a estrarlo questo petrolio? Che c'è lo sanno tutti.

www.venezia2019.eu

Antonella Cicalò

Pubblicato:

Domenica, 18 Novembre 2012

Condividi:

blog comments powered by Disqus