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IL BUON PASTORE

Categoria // Nuove Frontiere, Economia

Non di anime (anche se ne sente il bisogno) ma di greggi, visto che la Cina si sta accaparrando il mercato della lana. Perché allora non considerare l’immigrazione nordafricana una risorsa per otto milioni di pecore italiane allo sbando?

Una volta erano otto milioni di baionette, adesso sono otto milioni di pecore. Se il gregge degli uomini ha chiuso i conti con la Storia, gli otto milioni di ovini italiani sono ancora in cerca del loro destino.
Un popolo di pecore, verrebbe da dire, sotto il tallone del rincaro delle materie prime che oltre agli alimentari colpisce anche il tessile (il prezzo in dollari del cotone è aumentato del 166%, in un anno mentre la lana è salita di 56 punti percentuali) e mette in crisi le manifatture italiane.

Il problema è la presenza della Cina sul mercato del tessile con operatori che possono permettersi di pagare le penali e di acquistare partite già allocate ad altri clienti (come i nostri operatori). 
Il Paese asiatico sta facendo incetta di materie prime come la lana e con una spregiudicata politica di prezzi e disponibilità finanziarie assai cospicue si aggiudica le migliori forniture australiane e trattiene per sé il cashmere, mettendo a dura prova il made in Italy.
 
Ma la questione ha anche un altro aspetto importante da tener presente, secondo l’Associazione nazionale del commercio laniero, e cioè che la lana ha avuto prezzi troppo bassi negli ultimi anni, al punto che gli allevatori hanno grossi problemi di sopravvivenza e quindi hanno convertito, dove possibile, in agricoltura, ma quasi mai correre dietro a produzioni che sembrano più redditive si rivela lungimirante.
In passato poi la lana che veniva comprata dalle aziende asiatiche era di qualità inferiore a quella acquistata dall’industria italiana. Ora che i cinesi tendono a esportare il prodotto finito in modo da far crescere il loro manifatturiero, a partire dalle pettinature fino alle tessiture, le cose sono cambiate.  
 
Anche Pakistan e India hanno messo dazi sul cotone e bloccato i contratti. Se nel 2000 la produzione mondiale di fibre si attestava a 53 milioni di tonnellate nel 2009 siamo arrivati a 71 milioni (di questi 1,1 milioni di tonnellate sono di lana, 25 milioni il cotone). Se si valuta che la popolazione mondiale è di 6 miliardi, il consumo medio è salito da 8 a 10,4 chili a testa. La speculazione sulle materie prime ha portato aumenti che nessuno si aspettava così forti e che comportano maggiori oneri di approvvigionamento la cui conseguenza diretta è una maggior necessità di capitale circolante. Il finanziamento dei magazzini si scarica a sua volta su un maggior costo di produzione a cui aggiungere le imprevedibili conseguenze del sisma giapponese e delle rivolte nordafricane.
 
In Italia, come anche in Europa, manca una politica corretta di reciprocità che imponga regole e non solo liberismo selvaggio (quello che ha portato la crisi anche nel settore tessile già dal 2008 secondo le organizzazioni del settore).
Eppure l’Italia avrebbe, oltre alla lana per uso "grossolano" come le imbottiture, anche possibilità di filati più nobili, se solo se ne occupasse. Già nel 2009 Coldiretti, in occasione dell’Anno Internazionale delle fibre naturali da parte della Fao, denunciava come la lana ottenuta dagli oltre 8 milioni di pecore italiane finisse in discarica con costi di smaltimento per i pastori e problemi di natura ambientale. 

Una volta la maggior parte delle fibre usate per l'abbigliamento come lana, lino, canapa o cotone aveva una provenienza nazionale mentre oggimetà delle fibre tessili sono importate e l'altra metà è costituito da prodotti sintetici derivati dal petrolio.

Gli oltre otto milioni di pecore italiane potrebbero garantire una produzione annua di 6mila tonnellate di lana, grazie alle quali sarebbe possibile confezionare 3 milioni di abiti "a km zero" che non devono percorrere lunghe distanze con mezzi inquinanti prima di essere indossati. Va peraltro aggiunto che secondo uno studio del Cnr effettuato sulle modalità di abbigliamento in relazione ai consumi energetici per il riscaldamento invernale, l'impiego di una certa tipologia di abbigliamento in lana permetterebbe di abbassare di circa 2 gradi il riscaldamento nelle abitazioni con un risparmio di gas a effetto serra quasi pari all'impegno che l'Italia ha assunto sottoscrivendo la convenzione di Kyoto. Un modo per tutelare l'ambiente territorio e contrastare il cambiamento climatico.

Lo sviluppo di filiere di abiti "a km zero" prodotti con fibre ricavate dagli animali o dalla coltivazione delle piante come l'ortica, il lino, la ginestra, la canapa naturali avrebbe vantaggi anche sulla salute, perché i tessuti naturali hanno il pregio di evitare il rischio di allergie, che colpiscono sempre più persone "intolleranti" alle fibre sintetiche. Dal 2009 a oggi abbiamo assistito alle disperate manifestazioni degli allevatori e degli agricoltori dal sud al nord, ma senza esito apparente.
 
Spopolamento dei borghi e territori difficili resi sempre più aspri dal cambiamento climatico fanno sì che ambiente territorio e greggi restino abbandonati. Davanti a ciò perché non interpretare come una risorsa la vituperata immigrazione? Dall’antica Numidia (tra Tunisia e Marocco) ai Berberi libici al Maghreb, la pastorizia e l’allevamento su terreni aridi e accidentati ha avuto una grande tradizione, così come le lavorazioni artigiane dei filati, non a caso i Tuareg si proteggono dal deserto proprio con la lana.
 
Abituati alle difficili condizioni dei territori d’origine e motivati dalla speranza in una nuova terra promessa, perché non scommettere sul futuro comune, affidandoci a loro (come già nella Locride) per ripopolare i borghi e pascolare le greggi? Stando ai blog sardi (la Sardegna dovrebbe ricevere un certo numero di profughi) per  più del 30% questa eventualità è vista come un’opportunità di lanciare un ponte in vista di nuovi assetti del Nordafrica dove, per esempio, il Marocco ha fatto passi da gigante. Non è una percentuale così piccola, almeno per cominciare.
Beatrice Riganti

Pubblicato:

Lunedì, 04 Aprile 2011

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