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L'ABITO FA IL MONACO

Ancora oggi l’industria tessile è fra quelle che più facilmente sfuggono ai controlli. Le etichette sull’origine di produzione non sono sempre affidabili: basta aggiungere qualche bottone o un piccolo ritocco, ed ecco che un abito fatto in Cina o in India diventa “made in Italy”.

L'ABITO FA IL MONACO
Sandra Poleggi, I mercanti di stoffe, 2008 (http://xoomer.alice.it/sandra_poleggi)

I vuoti legislativi che segnano la filiera del tessile fanno sì che al consumatore finale non può essere garantito un prodotto sicuro al 100%. Tanto è vero che, come acclarato dalle indagini effettuate da associazioni di consumatori e da testate come Altroconsumo e Il Salvagente, in molti capi - compresi quelli destinati ai bambini - si possono ritrovare facilmente tracce di sostanze come certi coloranti e pitture nocive alla salute.

Per i più piccoli specialmente occorre fare molta attenzione agli ftalati, agenti plastificanti utilizzati nelle stampe di t-shirt, tutine e pigiamini facilmente reperibili a buon prezzo nei centri commerciali.

Nemmeno il prezzo di un capo può essere assunto a criterio di qualità o garanzia di sicurezza, visto che soprattutto i marchi più prestigiosi, tendono a delocalizzare la propria produzione, trasferendola in Paesi dove i costi sono più bassi e le norme più elastiche, quando non del tutto assenti.
 
L’industria tessile, del resto, è considerata una delle più inquinanti, poiché utilizza massicciamente sostanze nocive: la gamma di detergenti, coloranti e fissanti che lasciano le proprie tracce sui tessuti è infinitamente ampia. Lo stesso cotone, pur essendo considerato una fibra naturale e quindi “sicura”, viene spesso da colture intensive che usano massicciamente sostanze chimiche che permangono sulle fibre anche dopo la trasformazione in stoffa.

I tessuti, inclusi quelli di fibre naturali (oltre al cotone, anche lana, seta o lino), vengono sottoposti a innumerevoli trattamenti quali sbiancatura, impregnazione con prodotti ausiliari per aumentare la resistenza in fase di tessitura, lucidatura e stabilizzazione nonché a tutti i processi protettivi (antimuffa, antinfeltrimento, antipiega, ecc.)  che prevedono l’utilizzo di sostanze chimiche anche tossiche che lasciano residui significativi nella confezione finale.
 
In particolari condizioni come la sudorazione, i residui dei numerosi trattamenti si scaricano sulla nostra pelle che li assorbe e metabolizza, con l’eventualità di provocare l'insorgenza di dermatiti allergiche da contatto (alcuni studi  indicano che già le particelle di nicotina depositate sui nostri tessuti dal fumo passivo possono far male, persistendo per settimane).

Per non parlare del carico inquinante che i mix di sostanze chimiche tossiche utilizzate nell’industria dell’abbigliamento, trasmettono all’ambiente e, a un secondo livello, sulla nostra salute.
 
Lo stesso vale per lo sfruttamento delle risorse: ricordiamoci sempre che ci vogliono circa 11.000 litri di acqua per produrre 1kg di cotone, che equivale solamente a una maglietta e a un paio di jeans.
Naturale, quindi, non fa sempre rima con salutare, anzi. Spesso, anche dietro capi fatti con fibre naturali si cela una storia produttiva in cui di ecologico resta ben poco. Il cotone, che da solo occupa circa il 2,5% della superficie agricola mondiale, assorbe il 25% del totale degli insetticidi e l'11% di tutti i pesticidi utilizzati in agricoltura!
 
Assai pericolosi per l’uomo sono gli effetti tossici di una sostanza denominata formaldeide che, nel tessile, è utilizzata come potente battericida, ma che ha trovato impiego in numerosi altri settori e risulta un inquinante cosiddetto “ubiquitario”, perché si trova praticamente dappertutto: nelle strade a causa del traffico, nei nostri mobili, negli imballaggi e anche nei nostri alimenti.

L’alta tossicità della formaldeide è dimostrata da lungo tempo, ma solo qualche anno fa diverse associazioni di consumatori ne avevano denunciato un utilizzo ancora abituale e massiccio nelle fabbriche cinesi.
 
Se passiamo alle fibre sintetiche - classificabili come derivanti dai sottoprodotti del petrolio e che ormai dominano il mercato perché costano meno, sono facili da produrre, alla moda, fantasiosi e, a differenza del “naturale”, non sono attaccabili da muffe e parassiti - ci accorgiamo che nei soggetti predisposti, possono favorire irritazioni o dermatiti da contatto.

Spesso, le cause scatenanti non sono da ricercare tanto nelle qualità intrinseche della materia prima, bensì nei coloranti e negli additivi impiegati nella lavorazione dei filati.

I colori peggiori sono quelli scuri, tanto che, per i soggetti a rischio, è consigliabile utilizzare biancheria intima bianca.

Se le fibre naturali come lana, seta, cotone e lino assorbono l'umidità della cute e la lasciano traspirare (quando la pelle sotto il vestito si carica di vapore, ne permettono la fuoriuscita immediata), le fibre sintetiche e artificiali, al contrario, impediscono la traspirazione: il vapore si satura e si trasforma in gocce di sudore.
L'acrilico, il poliestere e il polipropilene hanno una scarsissima traspirabilità e infatti comunicano alla pelle una sensazione di appiccicaticcio.

Con lo sfregamento inoltre, le fibre sintetiche accumulano un'elevata carica elettrostatica. Ne è prova il fatto che, se si indossa una maglietta di fibra sintetica per un'intera giornata, al momento di toglierla la si sente crepitare, i peli e i capelli si rizzano e talvolta, a contatto col metallo, si crea addirittura una scintilla. Oltre a interferire con gli scambi elettrici dell'organismo, le fibre sintetiche tendono ad accumulare polvere e sporco.
 
Soprattutto nella pratica dello sport, è ottimale indossare tessuti che siano buoni conduttori per evitare la dispersione del calore corporeo e siano in grado di garantire la naturale traspirazione della pelle contrastando batteri, micosi e cattivi odori. Ma, come sappiamo, le fibre sintetiche costituiscono il core business dell’abbigliamento sportivo grazie a caratteristiche quali versatilità, flessibilità di utilizzo, praticità d’uso, costo minore rispetto alle fibre naturali, e il loro utilizzo verrà sempre incoraggiato a livello pubblicitario.
 
Corposi studi sulle dermatiti allergiche da contatto con i vestiti sono stati condotti dall'équipe del professor Achille Sertoli di Firenze presso l’Istituto di Dermatologia. Su un totale di 802 casi di soggetti affetti da dermatite allergica da contatto extraprofessionale, studiati dall'84 al '92, 91 pazienti (l’11,34%) presentavano sensibilizzazioni con rilevanza clinica nei confronti dei coloranti utilizzati nel settore tessile.

Una stessa ricerca condotta da Legambiente confermava sostanzialmente la stessa percentuale di allergie fra la popolazione italiana.

In particolare, la Dermatite Allergica da Contatto (DAC) è una patologia che colpisce ogni anno circa il 4% dell’intera popolazione e registra problemi cutanei seri. Si tratta di persone particolarmente sensibili ai tessuti sintetici e alle sostanze di sintesi utilizzate per colorare e per trattare i capi d’abbigliamento convenzionali, il cui contatto scatena una reazione del sistema immunitario. Un fenomeno in costante crescita: solo in Italia sono oltre 4 milioni coloro che a causa di problemi cutanei seri hanno bisogno di cure mediche, con un aggravio di costi sulla sanità pubblica valutato in circa 120 milioni di euro l’anno.
 
Attenzione anche alle sostanze che vengono utilizzate per produrre jeans alla moda, stile vintage o “logoro”, solitamente venduti a prezzi assai elevati dalle grandi firme. Di sicuro, fanno malissimo alla manodopera che li produce, costretta a ricorrere a una tecnica di sabbiatura denominata sandblasting.

Tecnicamente, la sabbiatura è un processo abrasivo per lisciare o formare superfici, dove la sabbia viene sparata ad alta pressione ed è usata nelle costruzioni, per le opere in metallo e ceramica.

Il problema è che la sabbia utilizzata per queste lavorazioni contiene un’alta percentuale di silice che può causare facilmente una forma acuta di silicosi, malattia polmonare mortale.
Nella sola Turchia, sono stati documentati 50 casi di decessi di operai sabbiatori a causa della silicosi e si tratta, con tutta probabilità, solamente della punta dell'iceberg.

Il processo erosivo-abrasivo è compiuto da compressori ad aria che soffiano sabbia per candeggiare il denim. In molti Paesi, come Bangladesh o Turchia, è effettuato manualmente da lavoratori che usano pistole per sparare la sabbia ad alta pressione, mentre la polvere rimane nell’ambiente circostante, dove spesso i lavoratori rimangono a dormire o lavorano fino a 15 ore senza interruzione o ricambio di aria.
 
Alcune aziende più coscienziose sono corse ai ripari vietando la tecnica della sandblasting, cosa che stanno provando a fare alcuni governi che ospitano la maggior parte dei laboratori clandestini.

Tuttavia, rimane ancora molto difficile per il consumatore distinguere, nel circuito commerciale, fra un jeans vintage-logoro trattato con la sabbiatura e uno per cui, invece, si sono adottate tecniche indolori. Noi tutti, però, possiamo cominciare a informarci contattando organizzazioni internazionali come Abiti Puliti.
 
Molte sostanze tossiche potrebbero essere sostituite con altre più sicure per la salute, senza necessariamente aumentare i costi per le aziende produttrici. Purtroppo, però le aziende del settore si dimostrano timorose, restie e pigre nel provare a modificare procedure di produzione collaudate da decenni.
Ed è qui che conta la cultura della sostenibilità dei consumatori e la loro capacità critica di scelta.
 
È difficile riprendere il “filo della matassa” e ricostruire la filiera tessile individuando tutti gli attori che la compongono: marchi, distributori, fornitori, sub-fornitori, agenti e intermediari, pubblicitari e testimonial d’eccezione fanno tutti parte di un grande mercato, come quello della moda, dove spesso l’immagine, il lusso e l’effimero sono proposti come valori assoluti.

Chi non può permettersi abiti firmati originali, può sempre optare per i vestiti delle collezioni precedenti e precipitarsi  ai saldi la domenica nell’outlet più vicino. Oppure può comprare merce contraffatta di tutte le marche, così simile a volte a quella vera da sembrare uscita dalle stesse mani.

Merce di lusso e merce spazzatura sono sovente accomunate dagli stessi processi produttivi che rispondono a logiche mirate al profitto e alla competizione assoluta, a danno dei consumatori finali e dell’ambiente in cui tutti viviamo.
 
Ma c’è chi tenta di uscire da questa spirale, provando a proporre un modo diverso di produrre, nel rispetto dei diritti sociali e dell’ambiente: fortunatamente, sono sempre più numerosi gli esempi e gli esperimenti di produzione di abbigliamento che si svolgono nel rispetto della salute e della sicurezza dei lavoratori, con salari dignitosi, garantendo rappresentanza sindacale e contratti regolari, evitando di utilizzare sostanze nocive per i consumatori e per la natura. Sostenere e moltiplicare queste iniziative dipende anche da noi.

Una garanzia, nel campo dell’industria tessile, è rappresentata dal marchio Oeko-Tex, uno standard di valutazione uniforme e scientificamente comprovato per la sicurezza bio-ecologica dei prodotti tessili che tiene conto della natura globalizzata ed estremamente frammentaria della catena tessile.

Ma di vestiti “sicuri” e di abbigliamento ecologico o biologico parleremo in un prossimo capitolo.
 
 
Per approfondimenti:
Gaetano Farina

Pubblicato:

Mercoledì, 02 Febbraio 2011

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