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NOIVOILORO

Categoria // Orientamenti, Architettura

Si chiama proprio così l’associazione no profit che ha fatto della qualità architettonica e della flessibilità il punto di forza della sua nuova sede.
 

NOIVOILORO
Nel 2003, anno europeo delle persone con disabilità, l’Amministrazione Comunale di Erba (CO) aveva concesso un terreno di circa 10.000 mq a Noivoiloro, associazione privata no-profit che di occupa delle persone disabili. La nuova sede, progettata da Franco Tagliabue Volontè e Ida Origgi dello studio ifdesign, inaugurata nel 2010, è ora candidata al Premio Mies van der Rohe.
A causa dell'assenza di finanziamenti pubblici, l’80% delle attività è organizzato per finanziare il 20% delle attività che sono quelle per cui Noivoiloro esiste, cioè l’assistenza sociale.
Questo lo ha trasformato nel più importante centro sociale del comprensorio, all’interno del quale si sviluppano molte attività, dal cafè-ristorante con cucine professionali, al teatro, alle grandi feste popolari all’aperto, laboratori di danza, uffici di grafica, attività lavorative, residenze temporanee e un centro di rieducazione.
A causa delle difficoltà finanziarie il centro civico Noivoiloro è stato pensato per costruzione a lotti distinti per un totale di circa 2.600mq complessivi, con una grande flessibilità programmatica e come una sorta di patchwork con differenti materiali in funzione dei contributi di aziende amiche che hanno fornito materiali da costruzione. Questa scelta è una delle tematiche chiave della architettura sostenibile, che fa della flessibilità costruttiva una dei suoi punti di forza maggiori.
Il centro è situato in un contesto difficile, a vocazione prevalentemente industriale. Il terreno di scavo è stato trattenuto in loco ed è stato usato come elemento progettuale dell’intervento. Dallo scavo si sono ottenuti infatti due grandi spazi aperti per le feste estive e sono state create delle dune verdi che hanno la funzione di barriere acustiche e visive per nascondere le industrie circostanti e ospitare gente durante i concerti.
Gli edifici hanno grande complessità programmatica, in equilibrio tra il concetto di privacy e di comunità, e ognuno ha una forma primaria compiuta. Allo stesso tempo esiste un comune denominatore, una sorta di DNA, che restituisce l’idea di familiarità tra le parti.
La copertura produce una piega che si ripete in tutti gli edifici: in ogni parte assume differenti significati e differenti misure. Nel teatro è la rottura del suono per forma, nel ristorante rettifica la differenza di livello del pavimento, in altre parti restituisce il carattere domestico delle residenze temporanee per assumere, alla fine, la forma tradizionale degli shed dei laboratori.
Nella parte che si affaccia alla pista da ballo, l’edificio - sotto la facciata ventilata in vetro retro smaltato - come in alcuni edifici del Rinascimento ospita una lunga panca scavata nel volume di facciata, per la seduta delle “dame” in attesa dell’invito dei “cavalieri” al ballo liscio, come nella tradizione delle feste di questo tipo di ballo.
In questo gioco, tra nascondersi e apparire, l’interfaccia con la “strip del divertimento” sulla strada principale, è una immagine che produce relazioni mutevoli. Appare e scompare con il riflesso della luce sulla parete di UGLAS nelle differenti ore del giorno. Si genera in relazione al movimento delle automobili che corrono sulla strada. La grande scritta si muove nelle viste trasversali, frontalmente scompare. Cambia colore (rosso-su-bianco, bianco-su-rosso) in funzione del senso di marcia. Nella notte non esiste, ma le luci delle automobili abbagliano i giunti catarifrangenti, facendola apparire come un lampo nel buio.
Il tutto serve a inserire l’edificio in maniera lieve ma intelligente in un contesto che potrebbe togliere ispirazione, o essere percepito come marginale.
Questa architettura lo nobilita, sia come funzione che come forma, e fa quella operazione che ogni architettura sostenibile dovrebbe fare: dare senso al proprio territorio.
Redazione MeglioPossibile

Pubblicato:

Giovedì, 03 Marzo 2011

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